Dal novembre 2022, data di lancio di Chat GPT, la domanda sui social è se un programma di linguaggio, già definito “pappagallo stocastico”[1], riesca a processare il linguaggio naturale (NLP) producendo testi con uno stile ed un significato oltre ogni aspettativa.
La risposta era forse stata scritta dalla Letteratura potenziale agli inizi del Novecento, o ancora prima, dalla Cabala: ogni parola in sé ha significati inaspettati, simbolici e reali, suscitati nella nostra immaginazione, ogni combinazione di parole ha un potenziale significato per la mente umana. È quindi possibile che una macchina in grado di catalogare e confrontare, sezionare e ri-assemblare enormi quantità di dialoghi e descrizioni, faccia sentire noi umani come depotenziati di fantasia, esseri inadeguati, antiquati (Anders, 1980).
Ed è particolarmente significativo che l’espressione del linguaggio come “virus” (Burroughs, 1961) si riapra mentre il mondo ancora vive gli effetti traumatici della pandemia.
Potremmo dire che l’ “attesa” di un apprendimento “profondo” ed auto-generato da parte dei programmi computazionali usa il linguaggio come “prequel” dell’intelligenza artificiale autonoma, ed ha in qualche tratto l’aspetto di un culto, soprattutto dal punto di vista mediatico. –L’inconscio è morto? La poesia nell’epoca dei chatbot, di Francesca Palazzi Arduini, Singola.net, 2023.
