Bergoglio, l’uva e il parlamento

Queste Note du sinodalità e democrazie, di Francesca Palazzi Arduini, sono state pubblicate in due puntate su Criticaliberale.it e in forma unica su Critica Liberale, settima serie, Bibliòn edizioni, Milano, 2023

Che la Chiesa cattolica costituisca un robusto “antistato” d’impronta monarchica è risaputo. Negli ultimi decenni, soprattutto dal Concilio Vaticano II, e dell’istituzione dei Sinodi (1965) esiste però una tendenza al coinvolgimento del gregge, in quanto “popolo di Dio” nell’indirizzamento generale. L’esigenza è esplicita, soprattutto con questo papa, (che ha riformato la procedura sinodale nel 2018), un papa che tende a voler ribadire il ruolo sociale della Chiesa e tiene quindi ad un aggiornamento dei modi di governo, decentralizzando alcune sue prerogative, ad esempio nel governo delle chiese locali e nei processi di trasparenza amministrativa.
Non si tratta di fascino indiscreto della democrazia, di voler prendere i voti in senso prosaico, perché il metodo politico è sempre quello del governo su base divina e non sul consenso, eppure è indubbio che sempre più la Chiesa, a suo modo,  salta all’uva dei sistemi parlamentari.
“Il Sinodo non è un Parlamento” ammonisce il volpesco Bergoglio nel suo discorso inaugurale ai lavori del sedicesimo Sinodo[1]: certo, lo sapevamo. Eppure che quella “scintilla di divino” presente nel gregge possa “consigliare” il pastore, pare ormai un orizzonte reale, come lo è nella pastorizia non metaforica.
Non c’è unanimità su molti temi nella Chiesa ma semmai obbedienza e condiscendenza, e se non vogliamo teologicamente dissertare sull’ipotesi che molti dissidi siano ispirati da forze terrene, botteghe oscure e non divine, constatiamo che quella unanimità ispirata dallo “spirito santo”, il Ministero battesimale in ogni credente si esprime in maniera differente negli stessi vescovi, anche fuori dagli occulta cordis, su tanti temi. Dalla divisione dei poteri, al rapporto con le istituzioni “civili”. … lo stesso clero si è espresso in maniera diversa nelle diatribe giocate tra le tragiche dimissioni di Ratzinger e l’ ascesa di Bergoglio, tanto da prefigurare uno scisma. Quest’ultimo si impone dunque l’obiettivo di lasciare il diabolico divisivo litigio al passato e di improntare la Chiesa, se confronto ci deve essere, a modelli simili a quelli di una moderna assemblea.
Non chiamiamolo parlamento, non solo per questione teologica ma tecnica perché se pur somigliante, si tratta pur sempre di una convocazione periodica, a discrezione del papa. Per ora.
Nelle domande preparatorie dello “Strumento di lavoro”[2] sinodale, ci si chiede comunque:
“ Che cosa possiamo apprendere dalla società e della cultura in termini di gestione di processi partecipativi? Quali modelli possono invece rivelarsi un ostacolo per la costruzione di una Chiesa più sinodale?”.
Un domanda che può far divertire, vista la drammatica crisi delle democrazie che, anzi, sembra voler spingere tanti intellettuali, per primi i marxisti-leninisti, tra le braccia della monarchia illuminata di Bergoglio. E il papa ben volentieri li accoglie, se convertiti, a ciliegina del suo sogno di un governo mondiale “caritatevole”, per il quale ormai il Vaticano pare essere diventato un manipolo di diplomatici con l’ingenua Mission di annunciare il Vangelo ai peggiori autocrati in guerra.
Vediamo anche il sottotesto dell’invito ad essere presente come “invitato speciale” (su dieci invitati in tutto)[3] ai lavori sinodali per Luca Casarini, un tempo pasionario dell’assalto alla Zona Rossa al G8 di Genova, ora impegnato in Mediterranea Saving Humans. Anche in questo caso il primato maschile conta, se Casarini occupa una poltrona, come semplice delegato di una Ong non cattolica, al pari della rappresentante di Azione Cattolica, Eva Fernàndez Mateo, o del Movimento dei Focolari, Margaret Carram.
Che dire? Dobbiamo criticare Bergoglio per la sua innata socialità? Certo che no, ma neppure farci buttar incenso negli occhi e dimenticare quella che, emulando il linguaggio pontificio, potremmo definire una “sana” tendenza alla laicità.
Leggiamo quindi nel documento sinodale:
“Come devono cambiare le strutture canoniche e le procedure pastorali per favorire corresponsabilità e trasparenza? Le strutture di cui disponiamo sono adeguate a garantire la partecipazione o ne servono di nuove?”.[4]
E ci chiediamo: a cosa potrebbe somigliare la struttura sinodale, se la raffrontiamo alle più grandi strutture congressuali del mondo?
Proviamo a passare in rassegna queste istituzioni, confrontandole col Sinodo, prendendo come metro di misura due parametri, il numero di persone rappresentate/bili per delegato, e la presenza delle donne. Ovviamente prendiamo in esame solo gli organismi nei quali c’è la possibilità per ogni delegato/a di esprimersi concretamente col voto, in un processo deliberativo.
Annotiamo, intanto, che, seppure considerata quella papale e dei vescovi una “autorità al servizio dell’unità”, il Sinodo è comunque convocato, diretto e deciso dal papa. Egli stesso elegge una parte dei membri votanti, in questo Sinodo ne ha designato il 14%. Il documento finale, poi, è redatto da una segreteria che si assume la capacità ed il potere di redigerlo, un po’ come fa qualsiasi gruppo di lavoro diviso in Tavoli tematici, con la designazione di incaricati alla stesura.
Non è facile governare questo bailamme verso una meta, essendo presenti 365 delegati, già provenienti da una prima fase che il documento sinodale descrive:
“La prima fase del percorso sinodale attua il movimento dal particolare all’universale, con la consultazione del Popolo di Dio nelle Chiese locali e i successivi atti di discernimento nelle Strutture Gerarchiche Orientali e nelle Conferenze Episcopali, prima, e nelle Assemblee continentali”, chiedendosi poi come diamine “…assicurarsi che la consultazione raccolga veramente la manifestazione del senso della fede del Popolo di Dio che vive in una determinata Chiesa”[5] .
Se dobbiamo pensare alla rappresentanza, ed alla presenza delle donne in questo consesso (sic), potremmo innanzitutto raffrontare la percentuale di donne presenti nel Parlamento dell’Unione Europea con quelle votanti al Sinodo: nel Parlamento Europeo su 705 deputati circa il 39 per cento sono donne. Nel Sinodo nemmeno il 7%.
Ma non scoraggiamoci! Bergoglio promette da anni maggiore attenzione al “carisma femminile”.
E poi, vogliamo dirlo, in USA (il famoso baluardo della democrazia come possiamo vedere in data odierna), su un totale di 535 deputati votanti solo il 23 per cento sono donne… e il Parlamento USA funziona dal 1789…mentre il Sinodo solo dal 1965. Ma il papato non ammette scuse, vuoi mica possedere un Verbo, o una sembianza di Parlamento, che non sia superiore ad ogni altro sia per datazione che per esperienza (come del resto sull’ecologia, sul lavoro, sulla giustizia sociale ecc.)?
Purtroppo anche l’India con un Parlamento di ben 790 deputati, vede una presenza femminile del 33 per cento, la Sarasvati, Kali e le sue amiche battono Maria di una larga percentuale, eppure si tratta di un paese estremamente difficile per le donne.
Non volendo essere un Parlamento, il volpesco Sinodo potrebbe allora configurarsi come un congresso di delegati guidati da un ideale unico, affine al santo spirito?
Proviamo allora a raffrontare la composizione del Sinodo con l’Assemblea nazionale del popolo cinese. Si tratta di un parlamento i cui delegati provengono dal Partito comunista cinese, e di una struttura politica fortemente caratterizzata da paternalismo e meritocrazia, la più somigliante quindi ad un congresso di ispirazione patriarcale e divina.
Ma anche in questo troviamo una percentuale non irrisoria di donne delegate con diritto di voto, il 24 per cento circa! Che dire poi della rappresentatività di questa monolitica istituzione: i deputati dell’Assemblea sono ben 2980. Voi direte: “Certo! La popolazione è di quasi un miliardo e mezzo di persone”, beh, dati alla mano possiamo dire che i cinesi hanno un “delegato” (si fa per dire) ogni 474mila abitanti, più degli Usa che ne hanno circa uno ogni 621mila. Molto meno per la Chiesa cattolica, la quale vanta circa un miliardo e 370mila credenti ma al Sinodo, parrocchia più parrocchia meno, avrebbe quindi un delegato/a ogni 3 milioni e mezzo abbondanti di fedeli.
Ma vogliamo stare a fare sottigliezze aritmetiche sulla questione della rappresentanza? Non ha forse ribadito anche Draghi che l’unanimità, che consente rapidità di decisione e minor dispendio di spiegazioni, è un moderno (leggi efficiente) strumento di governo? Non ha forse lo spirito terreno del Covid ispirato il sì al referendum del 2020, per la diminuzione di un terzo del numero dei nostri (si fa per dire) parlamentari? Il Vaticano sembra in questo più un ispiratore che un ispirato.
Tornando all’ annosa questione della partecipazione delle donne, come si chiede il documento sinodale:
“Quali passi concreti può compiere la Chiesa per rinnovare e riformare le proprie procedure, dispositivi istituzionali e strutture in modo da permettere un maggiore riconoscimento e partecipazione delle donne, anche al governo e a tutte le fasi dei processi decisionali, inclusa la presa di decisioni in uno spirito di comunione e in vista della missione?”[6]
Non è forse vero che nella maggior parte dei casi nel mondo il governo femminile viene concesso alle donne quando la patata (sic) è troppo bollente da pelare, pensiamo al volto profetico di Elly Schlein ed alla crisi irrevocabile del PD. Pensiamo al passato, con Rosy Bindi martire per la sanità pubblica.
Possiamo quindi prevedere che pari responsabilità femminile sarà concessa, sia in Cina che nel Sinodo, quando la situazione apocalittica sarà ben più critica, e purché sia “in spirito di comunione” coi dogmi, come insegnano i Fratelli d’Italia?

Sinodo 2023: quattro quinti di spirito santo e… .

di Francesca Palazzi Arduini

Spremere una comunione di fedeli includendo le differenze della Chiesa cattolica mondiale, non è una passeggiata. Continuiamo ad analizzare i lavori sinodali alla luce dell’affermazione lapalissiana di Bergoglio “il Sinodo non è un Parlamento” e potendo leggere i risultati delle votazioni sulle proposizioni finali raccolte nel Documento di Sintesi.
Di certo seguire i tranquilli, burocraticamente perfetti lavori sinodali, così ben indirizzati e preordinati con le indicazioni tenere (come direbbe il papa) del documento Instrumentum Laboris, può scostarci dall’inquietudine suscitata in noi dall’ introduzione al documento che, forse troppo ispirata, descriveva il Sinodo con parole da Doom Day:
“«…fare sinodo, è il modo per diventare davvero discepoli e amici di quel Maestro e Signore che di sé ha detto: “Io sono la via” (Gv 14,6). Oggi ciò costituisce anche un profondo desiderio: avendolo sperimentato come dono, vogliamo continuare a farlo, consapevoli che questo cammino si compirà nell’ultimo giorno, quando, per grazia di Dio, entreremo a far parte di quella schiera che così descrive l’Apocalisse: “ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello” (Ap 7,9-10)». [1]
Superato questo, una nuova inquietudine ci prende se, leggendo della fine dei lavori sinodali con l’intonazione corale del canto “Laudate Omnes Gentes” ipotizziamo che in futuro anche il nostro Parlamento, per non essere da meno, potrebbe richiedere una pari dimostrazione di unanimità, con un inno, quale potrebbe essere ad esempio una laude al premio di maggioranza al 55 od 80 per cento e più. Nel Sinodo il massimo del dissenso è stato raggiunto con circa un venti per cento di No (69 No su 346 votanti).
E c’è di più, oltre a mimare una monarchia parlamentare assai singolare, il Sinodo ha assunto anche il discorso sulla empatia e condivisione proprio delle culture politiche laiche contemporanee: andando a descrivere con precisione il metodo della “conversazione nello spirito” (laicamente: empatia) e della deliberazione per condivisione (sinodalmente: “assentire assieme”), certo, ancora in modo rozzo rispetto ai metodi di Occupy Wall Street …ma con tanto di infografica.[2]
Sta di fatto che le proposizioni, a prescindere dall’indirizzamento papale e dalla gestione “sincretica” conclusiva affidata alla segreteria, sono state svolte con voto segreto. E si tratta solo di proposizioni non deliberative (anche se il nuovo ordinamento sinodale le prevede) ma semplicemente consultive. I “nodi” al pettine si rivelano sempre e comunque nei punti cruciali attinenti l’uscita dalla strutturazione patriarcale dell’istituzione religiosa.
Scrivono Muolo e Cardinale sull’Avvenire del 28 ottobre scorso, che i punti che hanno ottenuto meno di 300 voti sono stati la questione del diaconato femminile, il proposito di “reimpiegare” i presbiteri non più in servizio e il problema dell’obbligo del celibato per i ministri.[3] Tutte questioni strettamente legate alla grave carenza di vocazioni che rischia di lasciare vuoti gli altari e le sacrestie. Questioni legate al discorso focale del ruolo femminile nella Chiesa, e al raffronto con religioni nelle quali i ministri del culto possono sposarsi.
Il dato dell’estremo invecchiamento del clero non è saltato solo agli occhi con l’ordinazione di decine e decine di cardinali da parte del papa in questi anni, per l’esigenza di garantire un conclave (limite di età: 75 anni). Del resto anche l’età media dei cardinali del C9, il consiglio o governetto di Bergoglio, è di circa 70 anni. Anche l’età media dei membri della Conferenza episcopale è di 70 anni. Consideriamo che solo in Italia esistono 226 diocesi e 41 sedi diocesane metropolitane… un lavoro immane.
Teniamo poi conto che, anche se nei documenti sinodali si legge spesso il richiamo alla inclusione di tutti i Battezzati in ruoli partecipativi nella vita della Chiesa…il battesimo impartito in tenera età non rende affatto il soggetto un fedele ed un praticante, come i dati mostrano chiaramente. Ma a questa realtà i documenti sinodali sono poco sensibili, viene riconosciuto il problema nei suoi dilemmi pratici, non nella sua radice.
Radice che Bergoglio in questi anni ha copiosamente voluto annaffiare con dichiarazioni di apertura che però restano nei fatti impantanate in una palude di parole, su sentieri di buoni propositi. Non aveva torto Marco Marzano, quando rammentava che, al di là di alcune imprese papali di riforma (la riforma dello IOR, la stessa riforma del Sinodo e l’ordinazione di vescovi e cardinali meno tradizionalisti), la portata del “rinnovamento” della Chiesa con questo papa dal nome piacione, è molto minore concretamente della sua portata mediatica, e ricalca in realtà affermazioni già fatte da precedenti papi, ad esempio con la critica al disumano capitalismo[4]. Scrive Marzano (2018) a proposito del meccanismo “disgiuntivo” di riabilitazione aziendale [5]operato con Bergoglio:
«La disgiunzione non è prodotta esclusivamente da Francesco, ma anche, talvolta, da coloro che gli si oppongono con più determinazione: la messa in scena di un conflitto apparentemente radicale e mortale (in realtà assai limitato o comunque di portata minore rispetto alla sua rappresentazione mediatica) contribuisce a fornire l’impressione che dentro la Chiesa stia avvenendo un grande mutamento e che Bergoglio ne sia l’iniziatore.»[6]
Che un mutamento sia avvenuto e stia avvenendo, incentrato sulla volontà di Bergoglio di riformare la Chiesa in senso ecumenico globale, con il suo abitare a Santa Marta e depotenziare la Curia Romana in favore delle chiese “altre”, è evidente nella Instrumentum Laboris, che sottolinea temi cari alle chiese africane, alle chiese sudamericane, spostando l’equilibrio a sfavore proprio della Curia di Roma. Proprio per questo una delle proposizioni sinodali meno acclamate è stata quella circa l’ordinazione come vescovi dei membri della Curia romana… ma un’altra quella sull’intenzione di affrontare il problema della poligamia nella comunità cattolica africana.
I piccoli passi verso un rinnovamento sono dunque molto più stentati di quanto appare, il timore di somigliare troppo al mondo non “consacrato” e “miscredente”, il timore di perdere specificità e identità è sempre alto. Il patriarcato poi si esprime senza remore rispetto alla volontà di mantenere le donne in stato di estraneità, seppure con concessioni di ruoli-premio.
Il capitolo 9 del documento finale, “Le donne nella vita e nella missione della Chiesa”, ha scatenato la maggiore raffica di NO rispetto ad ogni altro capitolo. Ben 69 NO, su 346 votanti, il massimo del dissenso cui accennavamo, è proprio su questo punto:
«j) Sono state espresse posizioni diverse in merito all’accesso delle donne al ministero diaconale. Alcuni considerano che questo passo sarebbe inaccettabile in quanto in discontinuità con la Tradizione. Per altri, invece, concedere alle donne l’accesso al diaconato ripristinerebbe una pratica della Chiesa delle origini. Altri ancora discernono in questo passo una risposta appropriata e necessaria ai segni dei tempi, fedele alla Tradizione e capace di trovare eco nel cuore di molti che cercano una rinnovata vitalità ed energia nella Chiesa. Alcuni esprimono il timore che questa richiesta sia espressione di una pericolosa confusione antropologica, accogliendo la quale la Chiesa si allineerebbe allo spirito del tempo.»
E si badi bene, il punto riporta semplicemente la discussione, non ha altro impiego.
Di certo, sia rispetto al “carisma” femminile che al celibato (55 NO solo alla sua discussione), alla differenza di genere (la definizione “Lgbt” sparita), a nuovi ruoli (ad esempio quello del “lettore”) che vadano a riempire quei ragnatelosi spazi parrocchiali parodiati in “Sister Act”, la Chiesa di Francesco stenta.[7]
Solo due note, nel rincorrere la modernità secolare, vanno sottolineate, quella sui “Missionari nell’ambiente digitale” (capitolo 17), che afferma:
«È importante creare reti collaborative di influencer che includano persone di altre religioni o che non professano alcuna fede, ma collaborano a cause comuni per la promozione della dignità della persona umana, della giustizia e della cura della casa comune.» E quella, più smart che mai, che propone la “formazione continua” delle persone consacrate. Che c’è di meglio per essere al passo coi tempi?
Se il Sinodo è lento su alcuni temi controversi, ad esempio sul trattamento dei credenti Lgbt, ci pensa Bergoglio, tramite la Congregazione per la dottrina della Fede, ad intervenire dopo la fine dei lavori sinodali (in realtà il testo era in elaborazione dal luglio 2023), con un testo mediaticamente presentato come “apertura”, nel quale si specifica che i bambini e le bambine avuti con Gestazione per altri possono essere battezzati…purché ci sia la certezza che poi vengano educati al cattolicesimo[8].

Di certo, in carenza di vocazioni e fedeli praticanti, la mente non può non andare agli strumenti mediatici implementati dalla Cei in questi ultimi anni, come il sito web[9] che classifica anche tutti gli edifici di culto di nuova costruzione: 56 nuove mastodontiche chiese (e qui mettiamo da parte il focus sinodale sulla povertà), campionario post architettonico di brutture, che anche il prossimo anno, dopo un dibattito di oltre 60 anni dal Concilio Vaticano II, di fresco non ospiteranno altro che gladioli.

 

[1] Instrumentum Laboris, pag. 9

[2] Instrumentum Laboris, pag. 20

[3] Avvenire online, Cardinale e Muolo, 28 ottobre, “Il Papa: Protagonista è lo Spirito Santo”

[4] Su questo si veda il saggio “Sussidiarietà e dottrina sociale della Chiesa. Da cittadini, a clienti, per tornare a essere gregge” (G. Cimbalo, F. Palazzi Arduini), A rivista anarchica 311/2005, arivista.org

[5] Sulla promozione aziendale della Chiesa essenziale il testo di Bruno Ballardini, Gesù lava più bianco, come la chiesa inventò il marketing, Minimum Fax, Roma, 2000.

[6] Marco Marzano, La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata, Gius. Laterza & Figli, Bari, 2018

[7] Si veda anche al Capitolo 15 “Discernimento ecclesiale e questioni aperte” al paragrafo Convergenze i 39 NO:
«g) Alcune questioni, come quelle relative all’identità di genere e all’orientamento sessuale, al fine vita, alle situazioni matrimoniali difficili, alle problematiche etiche connesse all’intelligenza artificiale, risultano controverse non solo nella società, ma anche nella Chiesa, perché pongono domande nuove. Talora le categorie antropologiche che abbiamo elaborato non sono sufficienti a cogliere la complessità degli elementi che emergono dall’esperienza o dal sapere delle scienze e richiedono affinamento e ulteriore studio. »

[8] Risposte del Dicastero a S.E. Mons. Negri, “4. Due persone omoaffettive possono figurare come genitori di un bambino, che deve essere battezzato, e che fu adottato o ottenuto con altri metodi come l’utero in affitto?” Perché il bambino venga battezzato ci deve essere la fondata speranza che sarà educato nella religione cattolica (cf. can. 868 § 1, 2 o CIC; can. 681, § 1, 1o CCEO). Documento approvato da Bergoglio il 31 ottobre 2023.

[9] https://beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/nuove_chiese/

 

[1] XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, ottobre 2023

[2] Instrumentum Laboris, XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Ottobre 2023, (pag. 54).

[3] XVI Assemblea Generale Ordinaria, Elenco dei partecipanti secondo il titolo di partecipazione, 21 settembre 2023.

[4] Ibidem, pag.58.

[5] Ibidem, pag.62.

[6] Ibidem, pag.46.


Non si tratta di fascino indiscreto della democrazia, di voler prendere i voti in senso prosaico, perché il metodo politico è sempre quello del governo su base divina e non sul consenso, eppure è indubbio che sempre più la Chiesa, a suo modo,  salta all’uva dei sistemi parlamentari.