La forma dell’albero. Un episodio simbolico recente: The Sycamore Gap Tree

La forma dell’albero è pubblicato sulla rivista della Società Teosofica Italiana, luglio 2024

A fine settembre 2023 tutte le agenzie stampa annunciavano la notizia nella costernazione generale: uno degli alberi più noti al mondo era stato abbattuto da ignoti. Si tratta del bicentenario albero di sicomoro (Ficus Sycomorus) cresciuto in una apertura (Gap) del Vallo di Adriano, nel Northumberland inglese. Quel sentiero lungo il Vallo (un muro di circa 135 chilometri) è un noto percorso escursionistico, e passa proprio per quella breccia, lì l’albero era cresciuto indisturbato per due secoli. Tagliato di netto, nonostante il suo legno compatto, è stato rimosso il mese successivo, nel frattempo una folla di persone si è recata a fargli visita, qualcuno ha portato un alberello simile e lo ha piantato nei pressi, quasi a voler rimediare. Gli esperti hanno ipotizzato la ricrescita dell’albero da uno dei suoi semi, accuratamente conservati dal National Trust, e la possibilità che nel corso di tre anni il ceppo possa rigermogliare.
Il fatto che il gesto sia rimasto anonimo, perlomeno sino ad ora, ha dato a questa vicenda un significato simbolico preciso. E non solo perché il sicomoro da millenni è presente nelle narrazioni ed usanze religiose (dall’uso del suo legno per i sarcofagi egizi alla presenza negli aneddoti biblici). Da un lato la costernazione per un gesto folle ma estremamente preciso ha suggerito a tutti la pericolosità insita nella disponibilità per chiunque di tecnologie devastanti, quelle che tutti i giorni compiono danni grandi al mondo naturale, natura che poi impiega secoli per autoripararsi. Tremende le immagini della circonferenza del sicomoro tagliata, sicuramente con una lama di grandi dimensioni, senza inceppi. Lo scarto tra tempo umano e tempi della natura, e tra agire umano e pazienza naturale, è risaltato in tutta la sua evidenza.
Dall’altro lato il luogo ha assunto in piena luce la sua realtà di luogo spontaneamente spirituale. La muraglia costruita per separare due territori si era aperta, e come per caso proprio in quello spazio è nato ed ha prosperato un albero centenario. Quell’ apertura sull’orizzonte, con al centro il fusto e la chioma di un albero maestoso, dava al sicomoro lo status di una presenza di pace, l’equilibrio tra spazi opposti che si guardano, uniti nel semicerchio, e consentono al loro centro una crescita comune a mondi diversi. 
Non ci sarebbe bisogno di citare Bachelard (ma lo facciamo) per dire quanto la presenza del sicomoro abbia fruttato all’immaginazione di chi passava: un messaggio di equilibrio, di forza germinata che regna immutabile (o indomabile) nel tempo.
Nel paese della nascita del primo patto tra proprietari terrieri per il mantenimento della pace, proprio nel momento in cui nel mondo si perfezionano invece nuovi schieramenti conflittuali, cade a terra l’albero del vallo, il “Gap Tree”.
Scrive Gaston Bachelard a proposito della proiezione dell’anima umana nell’albero, e nel fantasticare su di esso: “L’albero e il suo sognatore, insieme, si ordinano, si ingrandiscono. Mai l’albero, nel mondo del sogno, si pone come un essere finito. Esso cerca la sua anima, dice in un poema Jules Supervieille”, così: “Azzurro vivo di uno spazio/ nel quale ogni albero si innalza a/sciogliere le palme/alla ricerca della sua anima”.
Questo tendere al cielo è un potere che si basa sulle radici, il verticale si situa così in una sfericità che è toccata da tre radici e tre rami, e come tale si ritrova nella simbologia dell’Albero del mondo descritto da Guénon, basato sulla: “figura propriamente detta dell’analogia, cioè sulla figura dei sei raggi le cui estremità sono raggruppate in due ternari capovolti, l’uno rispetto all’altro”, citando poi Coomaraswamy, Guénon si riferisce alla figura degli alberi rovesciati del Purgatorio (XXII-XXV) come luoghi di passaggio. Della figura dell’albero come colonna, asse, collegamento tra mondi, Guénon scrive anche in “L’Albero e il Vajra”, saggio contenuto nel suo “Simboli fondamentali della Scienza sacra” (1939).
Gaston Bachelard dal canto suo (la fenomenologia) ricorda come l’albero, nella sua sfericità integrale di radici-fusto-chioma, significhi la forma dell’individualità che rispecchia il cosmo nella visione tradizionale e terrena: “Das Dasein ist rund”, e citando R. M. Rilke: “Albero, sempre al centro/di quanto lo circonda/Albero che assapora/L’intera volta celeste”. “Certo, il poeta non ha sotto gli occhi che un albero della pianura, non pensa ad un ygdrasil leggendario che sarebbe da solo tutto il cosmo, unendo la terra e il cielo”, precisa Bachelard (1957).
La postura dell’albero di sicomoro richiama alla mente, con semplicità, altri segni iscritti in un segno sferico, tutti riconducibili al concetto di pace, equilibrio e collegamento tra opposti, e germinazione che perpetua le forme viventi.
Quando personaggi anonimi mettono a segno nel giro di pochi minuti bravate come questo abbattimento, quando cioè si scatena quella aggressività contro il mondo naturale che è comunque tipica di una certa cultura maschile, occorre anche considerare l’altro lato del fenomeno, spostando l’attenzione dalla rapida distruzione dell’ambiente naturale alla sempre crescente, sempre più diffusa e cosciente sensibilità umana per la vita di animali, piante, ecosistemi. Non dimentichiamo che il simbolo dell’albero secco, morto, caduto, è una delle principali ricorrenze nei sogni delle persone prima e durante le guerre, fatto annotato da C.G.Jung.
Possiamo rintracciare facilmente un segno simile a quello del “Sycamore Gap Tree” nell’immaginario fantascientifico più noto dagli anni Ottanta ad oggi: il simbolo della resistenza ribelle all’Impero in Guerre Stellari. Negli episodi della saga di Star Wars è rintracciabile la narrazione di una resistenza alla dittatura che nasce, si sviluppa, viene repressa, muore, e risorge dalle sue ceneri. Il logo dei “partigiani stellari” è sferico, aperto in alto, e può leggersi come araba fenice (le ali laterali e al centro la coda della fenice che scende in picchiata) o come albero vivente al centro di una apertura, come germoglio che rinasce in un varco.
Se ci attardiamo nella “rêverie” possiamo rintracciare in questo germoglio-vita al centro di uno spazio sferico anche il simbolo del movimento pacifista, il Peace Symbol disegnato da Gerald Holtom nel 1958: una Lambda che, se le sue braccia poggiano verso il basso, significa la volontà di non offendere, se invece le due braccia sono rivolte verso l’alto torna a ricordare l’albero.
Le analogie tra albero ed essere umano, uomo vitruviano, lambda e croce, con il fusto e le braccia al centro di un sistema spaziale e temporale, ispirano quindi intuitivamente la cultura europea e quella statunitense, con la sua spinta ecologista e pacifista.
La visione del mondo naturale come un tutto unico, come organismo, si coniuga con la meditazione e con la comprensione del mondo naturale come suscitatore di simboli. Henry David Thoureau, filosofo del movimento non violento anglofono, scriveva negli anni attorno al 1850 dei bellissimi pensieri tratti dall’osservazione spontanea degli alberi, come singoli e come foreste.
“…sento ancora una volta che faccio parte di una illustre comunità, e che il freddo e la solitudine sono miei amici. Immagino che questo beneficio, nel mio caso, sia equivalente a quello che altri ottengono tramite la frequentazione della chiesa e la preghiera. Io vengo alla mia solitaria passeggiata nei boschi come chi ha nostalgia si dirige verso casa…”.
Ed ancora, scrive Thoreau, meditando sull’abbattimento di un albero secolare nella cittadina di Concord: “…Ritengo che la sua caduta segni un’epoca nella storia della città…un altro anello che ci legava al passato si è rotto. Alcuni olmi come questo basterebbero da soli a costituire una municipalità”.
Ancora una volta facciamo un salto da metà Ottocento ad oggi, ritrovando nel film di fantascienza Avatar (2009) una singolare rappresentazione di una comunità indigena che vive in simbiosi coi suoi alberi. “Sono una scienziata, non credo alle belle favole”, spiega la ricercatrice studiosa dell’ecosistema del selvaggio pianeta. La scoperta è che la memoria della comunità che abita Pandora vive nei suoi alberi, legati tra loro da una fittissima rete, radicale, di energie. La scienziata che scopre dati sino ad allora incredibili cade poi assieme ad altri per opporsi alla devastazione dell’ambiente naturale di Pandora, terribili le immagini della caduta e del rogo degli alberi millenari. Non è da sottovalutare il messaggio comunicato dal film, un blockbuster, nel momento della distruzione dell’ambiente naturale: il popolo indigeno piange, e non piange solo perché non ha più una casa in senso letterale, ma per la violenza sugli alberi, sugli animali, sulla foresta.
Dal film torniamo con la mente alle teorie di Gustav Theodor Fechner, che nel 1848 scriveva “Nanna. O l’anima delle piante”. In questo entusiasta saggio Fechner teorizzava “L’unitarietà dell’organismo delle piante”, proprio quella capacità connettiva descritta nel film Avatar. Fechner inoltre scrive: “Tutti quei delicati e silenziosi indici d’anima che esse mostrano non contano per noi quanto gli altri, grossolani, che non riscontriamo. E se le piante fossero mute per noi poiché noi siamo sordi per esse?”.
Pensiamo che questa sensibilità romantica passi col tempo, portando soprattutto i più giovani verso una visione totalmente utilitaristica della natura, e invece… nel 1997 l’attivista Julia “Butterfly” Hill, allora 23enne, sale su una sequoia nel bosco di Headwaters, in California, a 55 metri di altezza. Resta lì per 738 giorni, per impedirne l’abbattimento da parte di una azienda che avrebbe altrimenti raso al suolo tutta quella parte di foresta. La frase che questa indomita ragazza, supportata dalle associazioni ambientaliste del paese (diciamo anche del mondo), portava sulla cima dell’albero era “Respect your Elders”, rispetta i tuoi anziani. C’è una tradizione che difende Pandora… per la quale non è la spada, la lama, la sorda divisione degli spazi a dare forza ma la certezza che non c’è separazione tra noi e l’ambiente naturale, e non deve esserci tra noi ed i nostri simili. (FPA)