La giovane favolosa. Storia di Monia come storia di tutte/i.
di Francesca Palazzi Arduini.
Il saggio completo fa parte del numero unico dedicato della rivista Prisma 1/2019, “A Monia: percorsi umani, sociali, filosofici“, FrancoAngeli, Milano, 2020.
Il privato è ancora politico, scrivevamo con Monia tempo fa: ed ora tra gli aneddoti e i ricordi, i mille piani da attraversare nel tentativo di restituire di Monia il calore di una presenza terrena e di un senso, io cerco per lei, e quindi per tutte/i noi, una figura intera, integrale, a beneficio della sua libertà ma anche della nostra. Perché la vita di Monia è stata, ed è, una scommessa di libertà.
L’unica parola, ed anche parola vera, forte, detta nei muti momenti tragici della scomparsa di Monia è stata quella dello striscione appeso dai suoi studenti all’Università per stranieri di Perugia: «Meravigliosa anima libera».
Meravigliosa – come vorrei dire ora, perché nella nostra società desta meraviglia chi ha una visione e sa condividerla: così è per la sua fiducia nel ragionare filosofico, strumento dirompente, che Monia comunicava con grande equilibrio. In una società che ribadisce il “meraviglioso” ed il “favoloso” come meri stratagemmi circensi, la sua diversità intima e costante richiama invece una potente extra-ordinarietà.
Anima – perché in Monia Andreani era visibile un lavorio, una passione, un tormento tutto ideale, e per questo affine al concetto di gioventù, se vuoi anche romantico, assolutamente vivo e vitale.
Libera – perché la dedizione all’insegnamento non abbatteva la sua naturale avversione per i gioghi e giochi di potere tipici dell’ambiente accademico, e politico, italiano.
Parole scritte a grandi caratteri che ci hanno aiutato tanto nei momenti di ammutolito sgomento.
Momento che continua ancora, per chi per istinto di sopravvivenza non può pensare a Monia come non presente. Momento dopo il quale, come accade di solito, la commedia pirandelliana dei mille volti, la frammentazione e la suddivisione che subisce chi muore, è inevitabile. A volte con accenti da Cerchio di gesso del Caucaso, altre volte con volontà di appiattire la filosofa nel suo ruolo istituzionale. Ricordi opacizzati nel patriarcato che, per ruolo e convenzione, depotenzia soprattutto le figure più scomode, ingrigisce le più brillanti, distorcendole con la magica, collettiva lente delle convenzioni.
In questa Banalità dei commiati, parole come “amica” “ dolce”, “disponibile”, la favola della valente e servizievole docente universitaria, di 46enne “utile precaria”, cancella la realtà di una donna da decenni priva di un ruolo formale che fosse alla sua altezza, a causa di inenarrabili omissioni e precise volontà marginalizzanti, ora definitivamente soddisfatte.
Oltre a ciò, è il tempo che coi ricordi ci restituisce Monia come “mille ma mai una”, come accade quando la rete si sfalda di un nodo e sono i mille fili che reggeva che si srotolano. Ora sorridiamo amaramente pensando che il nomignolo di “Omnia” [1] che le avevamo dato è realtà. Questa molteplicità richiama anche il nome di questa rivista nel suo agire con la luce, i mille colori del prisma.
È giusto provare qui a ridarle unità e cercare una lettura politica della sua vita, per quel che è possibile: con la meraviglia espressa dai suoi studenti che ricorda la figura del “giovane favoloso” di recente analizzata da Monia con un articolo per La Nuova secondaria. Quegli studenti che amava tanto e per i quali c’era sempre, prima e dopo la laurea.
Una citazione da Gilles Deleuze: «i pensatori italiani sono come le comete che il paese è pronto a bruciare» (Deleuze, Guattari 1996, p. 96) viene ripresa da Monia nel saggio, in cui definisce «favoloso» chi si muove per conquistare lo spazio di una ricerca propria, individuale, originale.
Un termine, favoloso, di recente ripreso anche dal movimento Lgbt italiano per proporre il significato delle esistenze “fuori dalla norma”, con l’accezione di fantastico, non omologato, eccentrico, tendente al futuro, non ancora pensato, nuovo, coraggioso.
Uno “spazio di ricerca propria” quello di cui scrive, spazio di ricerca che Monia ha voluto nell’università, come era giusto, per conservare la qualità che voleva per la sua filosofia e per la missione dell’insegnamento che le era sommamente cara. Questa storia fatta di tante piccole battaglie l’ha vinta riuscendo a restare, resistendo alla forza centripeta che altrimenti da tempo l’avrebbe espulsa, resa ancor più marginale. Una storia quindi fatta di coraggio e capacità di resilienza, inventiva e forza di incassare i colpi, con una sorta di pacato sindacalismo, quel voler “resistere un minuto di più del barone”.
Soprattutto un percorso su cui Monia ha volato alto (un’amica velista del suo gruppo Onda rosa la chiamava “la donna del vento”), senza mai rancore e perdente ribellismo ma guardando ai suoi obiettivi vincenti di studiosa, a volte citando come modello per superare gli ostacoli della vita posti ad un/una giovane, uno dei suoi romanzi preferiti, Il Conte di Montecristo.
Per questo il termine “giovane favolosa” (citazione di Anna Maria Ortese), significa per Monia l’adesione a quello che nel suo saggio definisce un «umanesimo radicale», un pensiero che lei stessa, riferendosi al film su Leopardi di Mario Martone, descrive come «nuovo e originale per il contesto in cui vive e dal quale non è compreso filosoficamente. Ma che è anche giovane, perché così come i giovani non ha paura delle domande ultime, senza paludarsi dietro ai segreti del mestiere e alle professionalizzazioni del sapere che lui stesso aborriva come aspetti manieristici e decadenti della cultura moderna». Una radicalità che è anche fonte della sua riflessione sulla «radice vitale che l’umano ha con gli altri esseri viventi» (2015, pp. 53-55), che ci porta a pensarla intera con la sua biografia di donna, lesbica, libertaria e amorevole verso gli altri, umani ed animali, con una speciale capacità di empatia.
Per raccontare il percorso di vita di Monia posso partire dal 1994, anno in cui la incontrai al primo Gay Pride italiano, a Roma, ventunenne, in cerca di qualcuna con cui parlare delle sue letture di femminismo e di filosofia. Era a Roma con le amiche del gruppo lesbico perugino “Nitroglicerina”, nel quale si mescolavano interessi femministi e attività di mutuo aiuto in anni nei quali ancora fare un coming out anche in famiglia, oltre che a scuola, non era facile. Ricordiamo che la persona omosessuale in Italia e nel mondo vive a fondo un termine da Monia molto pensato, la vulnerabilità, causata dallo stigma sociale.[2]
Allora in lei già si scorgeva un intenso lavorìo di formazione culturale. In quegli anni Monia seguì un percorso di costruzione delle basi della propria cultura femminista frequentando le lezioni di Annarita Buttafuoco per la Società italiana delle storiche. Monia ne parlerà poi nel suo saggio per Contro Versa: «Ricordo che Annarita Buttafuoco mi raccontò poi di come sgranassi gli occhi durante tutte le lezioni del corso di quell’anno» (2013, p.179). La appassionava la storiografia femminista italiana, la messa in luce di figure pioneristiche che univano il pensiero alla prassi. Studiava il Digesto italiano per capire la realtà storica di quel che poi avremmo definito femminicidio, leggeva le biografie delle pioniere del femminismo italiano. Il libro di Buttafuoco Le Mariuccine. Storia di una istituzione femminile (1985), sull’asilo Mariuccia per bambine vittime di stupro ed incesto, fu per lei cardinale non solo perché affermava l’esistenza di una nuova storiografia ma perché, quasi inconsapevolmente, la indirizzava verso quello che diventerà poi il suo interesse principale: fare filosofia a partire dalla realtà dei rapporti umani e mettendosi al servizio del loro cambiamento.
Un interesse politico intessuto nella filosofia di Monia innanzitutto in quanto femminista, germinato ben prima dei suoi studi foucaultiani.
Contemporaneamente al suo trasferimento per la laurea ad Urbino, Monia afferma la sua autonomia mantenendosi agli studi e si laurea dopo un percorso di approfondimento della filosofia di Luce Irigaray, filosofa che incontrerà personalmente molte volte.
In quell’Ateneo incassa e passa oltre l’affronto subito durante la discussione della sua tesi, Etica della differenza sessuale. Luce Irigaray (Anno accademico 1998-1999). È il prof. Icilio Vecchiotti che, nonostante la brillante discussione della studentessa Andreani ed il fatto che possedesse già i numeri, e con abbondanza, per ottenere la lode, gliela nega: sembra che a suo parere l’argomento non avesse dignità filosofica.
Irigaray ha rappresentato l’ardire del fare filosofia femminista in modo organico, con strumenti differenti dallo Sputiamo su Hegel di Rivolta femminile (1978) e degli altri scritti di Lonzi che Monia già apprezzava. Con l’arrivo di Irigaray, pubblicata in Italia dal 1975 in poi con Speculum, fu come se finalmente il pensiero filosofico francese regalasse un viaggio critico complesso e completo oltre le tesi di Beauvoir, destrutturando le prospettive patriarcali da Freud ad Heidegger, e fondando una riflessione filosofica organica, con un linguaggio spesso poetico.
Due regali d’Oltralpe, la presenza di Monique Wittig per il pensiero «non straight» con Il corpo lesbico (1976), (l’edizione italiana fu tre anni dopo quella francese) e quello della prima Irigaray con Questo sesso che non è un sesso, (1978), che sostenevano fortemente, l’una teoricamente e l’altra non volutamente[3], l’identità lesbica. Negli anni di formazione di Monia altri libri furono fondamentali per la sua riflessione identitaria, le Lettere d’amore a Lina di Sibilla Aleramo, pubblicate in Italia nel 1982, le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf, pubblicate in Italia nel 1985. Il suo interesse per la cultura lesbica sarà sempre caratterizzato dall’ autocoscienza non per motivi solamente o meramente “identitari” ma nella consapevolezza che la differenza di genere si articola nella cultura. Monia si scopre come soggetto in divenire, da qui il suo amore per la Woolf ma anche per scrittrici contemporanee, come Highsmith, e le più recenti Waters, per l’italiana Giacobino, e per la storiografia lesbica elaborata, tra le altre, da Passerini, Milletti, Guazzo[4].
Da qui, anche, la sua ri-conoscenza per Adrienne Rich, che nel suo articolo Senza una cultura femminista non si può sconfiggere il femminicidio (2012)[5] citerà come alla radice della riflessione di oggi sulla violenza contro le donne:
«Ecco perché, con intento forse didattico per le giovani generazioni, e con infinito amore e rispetto per le ragazze e le donne che sono state uccise o che hanno vissuto la violenza del femminicidio durante la loro vita, riporto brevemente e a punti il pensiero di Adrienne Rich, contenuto nel fondamentale saggio: Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica, pubblicato nel DWF “nero” n. 23/24, dalla redazione guidata da Annarita Buttafuoco, dedicato all’Amore Proibito. Ricerche americane sull’esistenza lesbica. Rich nel suo saggio del 1980 traccia chiaramente le linee di quello che oggi chiamiamo femminicidio, come orizzonte di violenza contro le donne – in quanto donne – delle società patriarcali. Da questo quadro occorre riprendere il discorso femminista per lavorare sulla nostra società con incisività e soprattutto nell’ottica di tenere insieme le generazioni contro ogni possibile vittimismo e per una libertà simbolica e un’alleanza costruttiva vissuta dalle donne e dagli uomini» (DWF, 1985, p. 5).
Dopo la laurea (1999), Monia lavora alla sua tesi di dottorato, segue la sua ricerca con Rada Iveković a Parigi; da questa ricerca elaborerà il suo Il terzo incluso. Filosofia della differenza e rovesciamento del platonismo (2007). Per approfondire la sua conoscenza del pensiero filosofico francese contemporaneo, Monia soggiorna anche presso l’Imec (Archivio del pensiero contemporaneo – Centro Michel Foucault).
Nel frattempo, sarà assegnista di ricerca in filosofia politica a Verona e ivi docente (2007-2008), così come in seguito ad Urbino (dal 2011 in poi) ed a Perugia (dal 2006 in poi), sostenendo brillantemente anche gli incarichi di insegnamento e continuando a sopperire col suo lavoro ed il suo impegno all’assenza di mezzi per la sua ricerca e le sue pubblicazioni.
A Urbino completerà non solo le sue due monografie sul caregiving ma anche quella sul cooperativismo mutualistico, tutte e tre ricerche sul campo da lei ideate e fattivamente elaborate spostandosi nei luoghi, e dialogando coi soggetti. Urbino vedrà prima, nel 2011, l’uscita di Coltivare la differenza, anch’esso un libro nato da un cantiere di riflessione femminista con le/gli studenti. Un percorso quasi sempre simultaneo tra incarichi e ricerca, impegnato tanto da condensare in due decenni ciò che altri/e farebbero in mezzo secolo.
Anche il master in Bioetica generale e clinica conseguito alla Politecnica di Ancona nel 2008, che segna l’approfondimento della ricerca di Monia in questo settore, segnala l’infittirsi di una tessitura continua tra filosofia teoretica e indagine sulle prassi, sia in Diritti umani che in Bioetica.
La riflessione femminista si serve degli strumenti offerti da Irigaray, a Cavarero, a Iveković, a Butler… per discostarsi decisamente da quella “pietrificazione” nel rapporto di affido figlie-madri e divenire soggetto a tutto tondo essa stessa[6]. Così Monia affronta in maniera politica il tema della cura, riflettendo sul pensiero di Joan Tronto ed altre/i per inaugurare una ricerca originale, per svolgere un’azione di trasformazione politica rispetto al caregiving. Monia dà finalmente applicazione al pensiero politico femminista italiano che, sin dal proto-femminismo di una Maria Montessori, scavalcava il lato caritatevole della maternità sociale per affermare che «maternità sociale significava qualcosa di più: il materno assurgeva a principio stesso della solidarietà, e radice dell’arte medica. Si rivolgeva quindi a tutte le donne invitandole anzitutto a sublimare la maternità nell’atto del prendersi cura dell’altro» (Babini, Lama, 2000, p. 90). Con Monia Andreani il pensiero femminista sulla cura, servendosi degli strumenti teorici e del suo originale laboratorio pratico, in relazione continua con le “testimonianze di buona cura”, diviene strumento per un’etica pubblica.
La ricerca sul campo è quella che segna anche l’ultimo lavoro da lei inaugurato (2017-2018), con il gruppo di studio milanese sulla Rete Vulnerabili del Comune di Milano. Come punto di ingresso per l’analisi Monia rintraccia le emergenze e le potenzialità della Rete anche (o soprattutto) al di là della volontà istituzionale:
così, se possiamo vedere nell’articolo sulla vulnerabilità dei bambini immunodepressi di fronte alla scelta di non vaccinare nell’ambito scolastico pubblico un ragionamento sullo spazio pubblico come spazio di civiltà (Andreani, 2017), nella Rete vulnerabili del Comune di Milano Monia rintraccia (facendo divenire il gruppo autoconsapevole) la potenzialità di un discorso di sostegno ai soggetti vulnerabili in quanto portatori di una sfida al rispecchiamento con la società che li accoglie, di un’uguaglianza con i soggetti vulnerabili della nostra stessa società.
Il punto sta, al di là delle provenienze e dei confini, nel mettere sempre al centro della cura, con un approccio integrato, i soggetti.
Il concetto di “uguaglianza nelle differenze” è quello che Monia ha vissuto nel suo stesso destino, che l’ha portata a lasciare in un baleno il mondo galleggiando in acqua come le tante persone ridotte a corpi nel nostro Mediterraneo.
Questo messaggio simbolico ha profondamente segnato noi amiche ed amici, poiché ha espresso sino all’ultimo la sua totale dedizione alla vita ed alla attenzione per gli altri, quel “vitalismo ontologico” sul quale a volte scherzava ma che ha interpretato con tenacia e originalità. Il mettere al centro il soggetto umano è fondamento profondo dello spirito libertario di Monia, affine non solo ad un femminismo ‘maturo’, finalmente in grado di fornire chiavi interpretative per l’agire per tutte/i, ma a quella radicale fiducia nella azione di disobbedienza civile e nella responsabilità civile propria del suo concittadino, Aldo Capitini, col quale ha fortemente condiviso l’idea di una «società aperta». Su questo, mi permetto di citare il motto che Monia aveva scelto per il suo biglietto da visita: la frase di Weil «l’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità» (Weil-Bousquet 1994, p. 13). È l’attenzione che consente di ricordare. Monia mi ha lasciato pochi giorni prima di andarsene un paragrafo dalle Confessioni di Agostino d’Ippona sulla memoria. Questo mi ha rammentato Aldo Capitini, del quale Monia di recente studiava testi ancora estremamente attuali, come il suo Antifascismo tra i giovani (1966) nel quale il filosofo racconta la sua esperienza di non violento di fronte al fascismo.
C’è la consapevolezza che la memoria ci lega tra tempo e materialità, ma che, come per ogni cosa che si impara, si sublima poi come traccia, in un sapere ed una sicurezza più sottili. Vi sono due esempi che si portano sempre per dimostrarlo: nel sonno il sogno, che è una elaborazione della memoria, e ci consente di allacciarci agli archetipi. Nella veglia l’imparare, che consiste anche nel memorizzare dati e gesti che poi, memorizzati, vengono usati quasi involontariamente, divengono arte ed abilità. Agostino affronta l’ostacolo della perdita della memoria, riflettendo sul suo inevitabile procedere in avanti oltre la morte:
«Chi ricorda sono io, io lo spirito. Non è così strano che sia lungi da me tutto ciò che non sono io; ma c’è nulla più vicino a me di me stesso? Ed ecco che invece non posso comprendere la natura della mia memoria mentre senza di quella non potrei nominare neppure me stesso. Cosa dovrei dire, infatti, quando sono certo di ricordare l’oblio?» (Agostino D’Ippona, 2015, p. 223).
L’oblio è il tema per cui Ovidio, ne La morte di Orfeo (Metamorfosi, XI, 1995) racconta come il poeta voglia ritrovare l’intera persona amata, come persona vivente, e come si volti a guardarla per affermare con la visione il ricordo e la presenza. Quel volgersi indietro pietrifica invece il suo amore. Visione pagana chiarissima che indica al poeta un nuovo ritrovamento solo dopo la sua morte. Per questo, come nel mito, possiamo riportare Monia a noi solo andando avanti con/per lei senza paura. Da qui, oltre alla ricerca di un senso politico nella sua biografia, occorre andare avanti mantenendo le sue idee libere e …meravigliose.
È questa la strada, mentre ognuno/a di noi vive nella realtà quella “separazione” dagli altri che non è dialogo nella differenza ma “caso” e insensibilità. Quella parola “apertura”, “aperta”, oltre alla riflessione sull’empatia di cui Monia si è occupata, richiama il concittadino di Monia, Aldo Capitini. La sua intuizione di «compresenza dei morti e dei viventi» (1966), è uno stimolo, forse per noi solo un augurio, verso una felicità cercata, agognata ma anche possibile, in una dimensione temporale simultanea e collettiva come quasi un entanglement[7]:
«Dal profondo della compresenza viene al singolo finito tutto ciò di positivo che lo compensa e lo integra…», come se dovesse essere possibile a tutti integrarsi, soprattutto riconoscere il proprio contributo ad una dimensione di gioco, di festa, tesa verso il futuro. Descrivendo una realtà di tutti, situata in un luogo nel quale è possibile, perché comune:
«La compresenza non è la somma- di tutti gli esseri singoli nella loro finitezza, nelle loro insufficienze, nei loro lati scadenti, nei loro corpi nati e mortali, nei loro errori quotidiani, ma è l’unità del loro meglio, della loro produttività di valori, delle loro possibilità-aperture per il futuro, delle loro anime e del meglio delle loro anime» (Capitini, 2019, p. 135).
Quando l’attualità ci propone la costruzione delle nostre identità “positive” e volitive attraverso i social network, in una sorta di crogiolo collettivo solo virtuale, Capitini, precursore e critico, ripropone invece una dimensione spirituale, e politica, della nostra esistenza collettiva partendo dalla volontà di non separazione dagli altri.
Capitini rilegge in questo modo un tema sviluppato nei millenni dall’induismo e dal buddismo, ereditato dalla teosofia moderna, della quale con Monia abbiam spesso discusso e che il pensiero occidentale ha indagato, seppur con altri mezzi.
Monia ha viaggiato la sua vita sempre con lo stretto necessario, vivendo in campagna, nelle Marche. Ed è per questo, tornando alla Giovane favolosa, che la riflessione su Leopardi è significativa, in una regione che, più della sua nativa Umbria, racconta di colli bordati da siepi, o fratte, con un simbolico di riparo dal vento, di protezione dell’intimità dei piccoli borghi, al di là dei quali si ode il vento e si vede il mare da lei tanto amato, quel «contenente»[8] (Sloterdijk, 2009, p. 80) che circonda le terre e porta, assieme al cielo, a fingersi «interminati spazi e sovrumani silenzi»..
Così Monia ha vissuto intensamente tra domesticità rurale e viaggio, tra intimità e sfide intellettuali ed emotive: «Siamo Artemide e Athena/Possiamo sfidare l’amore brutale con la ragione e inseguire nei boschi le prede più rare» scrive l’amica Mirella Paoletti nel suo omaggio “Vulnerabili e libere”(2019). Paoletti come altre amiche la ricorda ragazzina appassionata per Lady Oscar. Lady Oscar come modello, sulla quale Monia poi ha riflettuto: «Lady Oscar rappresenta le virtù della misura e quindi la scelta quotidiana di aderire a un modello virtuoso che lei stessa si è imposta. Quindi in maniera totalmente autonoma, individuale e libera»[9]
Bibliografia
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Andreani M., (1998-1999) Etica della differenza sessuale, Luce Irigaray, Tesi di Laurea, Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”, Relatrice prof. Laura Piccioni.
Andreani M., (2011) Twilight, filosofia della vulnerabilità, EV, Macerata.
Andreani M., De Paula L., (2015) La bioetica con i caregiver. Alleanza terapeutica e qualità della vita, Unicopli, Milano.
Andreani M., (2016) Questioni etiche nel caregiving. Contesto biopolitico e relazione di cura, Carocci, Roma.
Andreani M., (2016) Biologico, Collettivo, Solidale. Dalla filiera agricola alle azioni mutualistiche. Il modello partecipativo della cooperativa Iris, Altraeconomia, Milano.
Andreani M., Vincenti A., (a cura di) (2011) Coltivare la differenza. La socializzazione di genere e il contesto multiculturale, Unicopli, Milano.
Andreani M., (2017) Cittadinanza biologica e individualismo solidale. Tra “No Vax” e caregiving con persone inguaribili, La società degli individui, fascicolo 60/2017, Franco Angeli, Milano.
Agostino D’Ippona, (2015) Le Confessioni, Edizioni San Paolo, Milano.
Babini V. P., Lama L. (2000), Una “donna nuova”. Il femminismo scientifico di Maria Montessori, Franco Angeli, Milano.
Buttafuoco A., (1985) Le Mariuccine. Storia di un’istituzione femminile: l’asilo Mariuccia, Franco Angeli, Milano.
Capitini A. (2018), La compresenza dei morti e dei viventi, Il Ponte, Firenze.
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Irigaray L., (1975) Speculum. L’altra donna, Feltrinelli, Milano.
Irigaray L., (1978) Questo sesso che non è un sesso (tr. Ce sexe qui n’est pas un), Feltrinelli, Milano.
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Nussbaum Martha. C., (2011) Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, Bologna.
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Passerini L., Milletti N., (a cura di) (2007) Fuori della norma. Storie lesbiche nell’Italia della prima metà del Novecento, Rosenberg & Sellier, Torino.
Sloterdijk P., (2009) Sfere I, Bolle, Meltemi editore, Roma.
Weil S., Bousquet J. (1994), Corrispondenza, SE editrice, Milano.
Wittig M., (1976) Il corpo lesbico, Edizioni delle donne, Roma.
[1] “Omnia” fu l’alias usato per lei nel descrivere oniricamente un suo dialogo con Lucia Tancredi tenutosi a Popsophia, il post sul blog Rimarchevole: Scontro tra Titane. Due eroine dell’intelletto di sfidano sul senso del Pudore, 15 luglio 2012, https://rimarchevole.wordpress.com/2012/07/15/scontro-tra-titane/.
[2] Si veda, su diversità, società e famiglia, il capitolo Diventare persone attraversando la vulnerabilità, in Andreani, 2011.
[3] Si legga ad esempio “Quando le nostre labbra si parlano” in L. Irigaray, Questo sesso che non è un sesso (titolo tradotto dall’orig. Ce sexe qui n’est pas un) pubblicato in Italia nel 1978.
[4] Riguardo Fuori della norma. Storie lesbiche nell’Italia della prima metà del Novecento, pubblicato nel 2007 e R/esistenze lesbiche nell’Europa nazifascista, pubblicato nel 2010, Monia ha partecipato alla presentazione del primo volume a Verona e contribuito ad organizzare la presentazione del secondo a Urbino.
[5] Articolo sul suo blog, moniaandreani.it, sullo stesso tema Monia ha scritto per il blog Femminismi (femminismi.wordpress.com), collaborando a molti post e per la stesura italiana del Codice etico per la stampa in caso di femminicidio.
[6] Il tema della pietrificazione è centrale in Contro versa. Genealogie impreviste di nate negli anni ’70 e dintorni, 2013.
[7] Quanto si annoiava Monia per la filosofia ispirata alla fisica delle particelle, lei che cercava l’umanesimo nella scienza, vedi sempre l’incipit del suo Una lettura del Giovane Favoloso di Mario Martone, sulle dichiarazioni dell’ingegnera Amalia Ercoli Finzi, e riprende la riflessione di Martha Nussbaum sulle democrazie liberali e l’umanesimo de Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (2011).
[8] «Curiosamente, nei tempi moderni, in tedesco si chiama il suolo Das Umfassende, il contenente, anche se è provato, dall’epoca di Cristoforo Colombo e di Magellano, che nel contesto globale del pianeta sono gli oceani ad essere i contenitori…» – Peter Sloterdijk.
[9] Conferenza La filosofia di Lady Oscar, tenuta da Monia Andreani a Tolentino, Festival Biumor, 2017.
