Paradisi digitali. Chiese virtuali nel Pianeta D.

Paradisi digitali è pubblicato sulla versione cartacea della rivista della Società Italiana di Teosofia, settembre 2023.

Lo strumento non fa solo giungere a un fine, lo strumento stesso è il fine.
Niente di più calzante potrebbe dirsi della ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale e della cyberscienza, quella in cui le nuove tecnologie si avvicinano al momento di “singolarità” che vedrà una macchina, conformata o no come rete “neurale” con emulazione del cervello umano, trovare soluzioni inaspettate per i suoi stessi creatori, e diventare poi autonoma e “super-intelligente”.
Il fine “alto” di ogni ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale è, più o meno palesemente, quello di creare un essere a suo modo senziente. Che sia macchina non antropomorfa oppure golem, automa, androide, robot, il percorso tende sì all’essere padri, padroni ma soprattutto, come sottolineato da N. Harari (2015) al divenire creatori[1].

Scrive N. Bostrom (2014) nel suo “Superintelligenza” a proposito del problematico ruolo di Oracoli e Geni digitali: “Una futura superintelligenza occupa una posizione epistemicamente superiore : le sue credenze (verosimilmente, riguardo alla maggior parte degli argomenti) hanno una probabilità maggiore di essere vere rispetto alle nostre. Noi dovremmo quindi rimetterci alla sua opinione ogni qual volta sia possibile”. [2]

Possiamo ipotizzare che l’ Intelligenza Artificiale serva a una ritualità umana “bassa”, legata ai responsi ed alla previsione dell’immediato futuro, ma anche a quella, socialmente più rilevante e presente nelle religioni, dei consigli morali? Traccia di somiglianza tra tecnologia e religioni è, come vedremo, rilevabile nell’assorbimento mentale delle persone in un mondo digitale e virtuale affidato a sistemi tecnologici e di calcolo le cui procedure (algoritmi) sono nella maggior parte dei casi totalmente sconosciute ai fruitori. Quest’ultimo aspetto, l’esoterismo, è certo una delle somiglianze più paradossali tra informatica, fisica quantistica e sacro.[3]
Se poi l’Onniscienza si trasferisce prima in un motore di ricerca e poi in un Oracolo super efficiente o in un Genio, il mondo digitale si popola di nuovi Aladini[4] ricchi di strumenti ed informazioni ma questo non contribuisce a migliorare il rapporto degli esseri umani coi propri desideri e tantomeno con la propria spiritualità. Anzi, secondo E. Sadin (2020), ci trasforma in modo ancora più radicale in nuovi piccoli tiranni nella nostra “bolla” di influenza digitale. Scrive Sadin, rispetto all’uso di internet e del cellulare, come la loro combinazione abbia “ condotto gli utenti a considerarsi dotati di attributi capaci di offrire margini di autonomia sempre più ampi nonché una maggiore indipendenza, contribuendo così, nel corso degli anni e in modo sempre più consistente, a generare la formazione di una nuova psiche degli individui”.[5]
Una visione complessiva, basata sull’analisi dei meccanismi economici messi in atto dalla fine degli anni Novanta in poi, è quella di Shoshana Zuboff, che sottolinea come i nuovi strumenti digitali siano prodotti strutturalmente per dare spazio ad una nuova forma di Capitalismo, necessaria in un’epoca di crisi dei vecchi modelli. Nel “Il Capitalismo della sorveglianza” (2019), la sua visione concretizza quella filosofica o psicoanalitica di molti altri autori occupatisi di digitalizzazione. Zuboff riesce a descrivere con precisione il funzionamento di un nuovo capitalismo nel quale il prodotto è il Dato, sulla cui analisi si basa una economia dai prodotti predittivi, gestiti in un flusso continuo ed ottimizzato tra venditore e consumatore.[6]
La “conoscenza” tramite connessione secondo Zuboff resta tra le offerte fondamentali nell’economia digitale ma l’ Onniscienza è patrimonio, egualmente, di pochi eletti, e la gestione del desiderio sembrerebbe prefigurare più che altro un modello di “Paradiso Terrestre”, quello che chiamerei Pianeta digitale o Pianeta D, in cui i consumatori sono soddisfatti in tutti i loro desideri, anche in quelli che non sanno di avere in futuro. Il mezzo può far ottenere conoscenza, ma soprattutto il mezzo conosce. O meglio, potremo dire “superconosce”, perché la quantità di dati raccolti e processati dalle grandi aziende digitali (ed anche dagli stati nazionali) permette di avere una visione panoramica, e predittiva, del comportamento umano, su scala mondiale.
Non si tratta qui di conoscenza di un essere umano specifico, comunque possibile, ma di visione, che sia commerciale, politica, sociologica, complessiva dell’attività umana digitalizzata. Dei nostri “moti”, dei nostri desideri, di ciò che ci attrae e ci muove o che ci ferma, di ciò che ci convince. Al rischio della manipolazione si aggiunge l’evidente reificazione sempre più spinta dell’agire umano, l’utilitarismo, fenomeno ovviamente non imputabile alla digitalizzazione in sé ma da questa molto facilitato.
La manipolazione di massa è una volontà sempre presente nella storia ma questa volta munita di tecnologie estremamente performative. Non è più necessario stampare tonnellate di carta stampata e di stendardi per manipolare l’opinione pubblica, lo si fa con strumenti sofisticati ma quasi invisibili dai propri canali social[7]. Non serve più erigere cattedrali per riunire fedeli, basta creare la propria chiesa online. Ciò è particolarmente possibile offrendo spazi di “spiritualità” agli utenti più assidui della rete, quali i videogiocatori.
Ma prima di accennare ad alcuni dei prodotti per la fede e la meditazione, soffermiamoci ancora un attimo sulla questione dell’uso dei dispositivi digitali. E’ stato l’evento pandemico a sottolineare come l’uso dei dispositivi digitali abbia segnato un punto di non ritorno nelle abitudini soprattutto nei paesi industrializzati, in Italia oggi il tempo medio di uso di internet ora segna cinque ore e cinquantacinque minuti a testa al giorno, ed il tempo medio trascorso sui social una ragguardevole fetta della giornata: un’ora e quarantotto minuti a testa.[8] Nel frattempo la capacità di concentrazione diminuisce, ed alcune ricerche segnalano una “rimappatura” cerebrale significativa in chi usa i dispositivi abitualmente. In caso di uso assiduo la memoria a lungo termine non riesce a ricevere tramite il processo cerebrale di elaborazione tutte le sollecitazioni che pervengono, si attua un ‘sovraccarico cognitivo’.
Nonostante la grande svolta data da internet alla informazione ed alla comunicazione tra le persone, la pessima notizia che è che chi usa molto spesso gli spazi virtuali, come gli ambienti di gioco online, sviluppa migliori tempi di reazione ma minore capacità neurologica di percepire in modo accurato l’ambiente reale circostante e fare valutazioni[9]. Quella che potevamo pensare come una “Noosfera” in germinazione si rivela un insidioso oceano che tende oltretutto a sottrarre spazio alla socialità in presenza, a “polarizzare” le opinioni e la conoscenza, e a farci credere che il virtuale sia concretamente reale.[10] I processi che T. De Chardin definiva come costituenti la “Noosfera” sembrano trasferiti nel mezzo digitale, e avvolgono con i loro contenuti e le loro emozioni l’intero globo terrestre a velocità mai pensate prima. Citando De Chardin, è difficile non pensare alla pressione enorme cui è sottoposto ogni individuo, solo ma connesso, nel suo “continuo accrescimento della realtà individuale”, poiché, come egli descrive ne “Il fenomeno umano” (1955):
“Grazie al prodigioso avvenimento biologico rappresentato dalla scoperta delle onde elettromagnetiche, ogni individuo si trova ormai (attivamente e passivamente) presente nello stesso momento alla totalità dei mari e dei continenti, coestensivo alla terra”.
Il sogno di una umanità coesa e sapiente, nella quale ognuno è persona ma confluisce anche in un “punto Omega” collettivo, era descritto da De Chardin con una preveggenza che ora assume sfumature meno positive:  “…niente potrà arrestare l’Uomo nella sua marcia verso l’unificazione sociale, verso lo sviluppo (liberatorio per lo spirito) della macchina e degli automatismi, verso il “tutto provare” e “tutto pensare” sino all’estremo”. Quella “socializzazione dell’Umanità” rischia di risolversi in un dominio dell’immaterialità da un lato (eccesso di virtualità) e da una nuova immanenza, o “materialismo connesso” che considera come dotato di valore solo ciò che esiste digitalmente. Per questo la pandemia ha sottolineato lo stato di angoscia presente nelle società industrializzate, nelle quali gli spazi ed i tempi sono frenetici, ed il digitale, con le sua prestazioni di controllo, rappresenta l’uscita dagli spazi chiusi, anche esistenziali, del “Proprio-Qui” descritto da Anders (1937) mentre ricorda come lo spazio sia il Principium Individuationis: “Ed ecco allora che ci si trova prigionieri del Proprio-qui…qualsiasi direzione si prenda si resta sempre proprio-qui; vale a dire in questo mondo; e il tentativo di sottrarsi a questo mondo, di uscirne da qualche parte si rivela impossibile…” [11]. Possiamo capire come la connessione, ed ora anche possibilità di muoversi in un universo 3D, oltretutto con un Avatar, sia la risposta “economica” al disagio esistenziale, una risposta che cambia le priorità globali. Lo dimostra anche il solo imperativo della fabbricazione dei nano-transistor presenti nei chip, e dei microchip, che sta ristrutturando gli equilibri internazionali: pensiamo solo che in ogni strumento che usiamo, ad esempio il telefono cellulare, sono presenti circa undici miliardi di nano transistor.
Un’ auto evoluta può contenere migliaia di microchip, i transistor sono arrivati ormai a dimensioni misurabili in miliardesimi di metro; questo è il mondo in cui gli effetti quantistici sono rilevanti e in cui la competizione per sviluppare nuove tecnologie si muove a ritmi impressionanti.[12] Per questo vediamo nuove guerre per il reperimento delle materie prime necessarie all’industria digitale.
Dunque il mondo digitale non è più una candida offerta ma un obbligo che sviluppa una pressione culturale forte, presentando nuove “qualità”, come quella declamata dell’intelligenza artificiale programmata per scrivere testi, anch’essi quasi “oracolari”[13], e nuove “necessità”, come quella di trasferire conoscenza ed emozioni nei metaversi. Ai metaversi si accede innanzitutto con i videogiochi, per i quali in Italia la media di uso è ora di circa otto ore alla settimana. Per giocare sono disponibili strumenti quali l’innovativa PlayStationVR, per ora venduta in solo sei milioni di esemplari, che offre un visore e due joypad manuali, attraverso al quale si entra nella realtà virtuale . Altre offerte di ingresso nel metaverso riguardano l’addestramento, le visite guidate e l’istruzione.
L’azienda Meta ci ha presentato il suo metaverso come strumento scolastico, e lo ha fatto di recente con i suoi primi spot pubblicitari nei quali è contenuto un errore storiografico madornale, del quale quasi nessuno si è accorto. [14]
La “creazione” di nuovi mondi virtuali (di nuovo creatori…) implica un delicato rapporto tra fornitura di ambienti di addestramento e affabulazione, poiché sviluppa ambienti di simulazione. E questo accade anche per la gestione del sentimento religioso. La messa a disposizione di nuovi mezzi, anche in ambito di gestione della spiritualità umana, dà al concetto stesso di spiritualità una nuova forma, potenziando tutta una serie di ritualità e mondi magici che avvolgono il praticante od il fedele in un’atmosfera fortemente finalizzata ad ottenere risultati pratici, con la preghiera virtuale per l’ottenimento di obiettivi, o la riunione virtuale di sostegno emotivo e motivazionale che unisce individui tecnicamente isolati, ognuno nella propria postazione e il proprio hardware, in un flusso di immagini e parole condivise. Le capacità di marketing di molte istituzioni religiose, e la costruzione di parchi giochi a tema religioso non sono certo una novità soprattutto negli Usa ma ora la ricerca di una formazione spirituale deve confrontarsi con offerte a dir poco singolari, comodamente presenti nelle chat dei videogiochi come Rust, un videogioco in cui il fine è la sopravvivenza e l’azione principale la caccia di animali di cui nutrirsi, oppure in Final Fantasy XIV, o FF14, nel cui mondo si combatte sotto la guida di dodici divinità. Il sentimento religioso diviene “fluido”, non più costretto da una impalcatura rigida. Durante il videogioco è possibile ad esempio collegarsi alla chiesa VR Church, su server dedicati che offrono ambienti appositamente costruiti per celebrare liturgie. Recita il Credo della VR Church: “Noi crediamo che Dio ami tutti gli avatar del metaverso. Noi crediamo che ogni avatar è una persona reale con una storia reale. Noi crediamo che tutti siano benvenuti nella Chiesa e che lo sei anche se non credi in Dio” [15]
La VR Church, che ha per ora qualche centinaio di iscritti, rappresenta la punta di iceberg di una realtà molto più vasta di chiese digitali, che offrono liturgie e servizi di consulenza online anche nel metaverso, come l’offerta di partecipazione con visore alle messe della “Church on the Rock”, una chiesa che si definisce “aconfessionale” basata su una tradizione biblica minimalista, che ha trasmesso in live streaming in VR ogni settimana dal febbraio 2022, con oltre 17.000 visualizzazioni durante la liturgia pasquale. A queste forme di religiosità “light” si aggiungono nuovi strumenti digitali di natura opposta, utili cioè non per la socializzazione ma per l’auto controllo individuale, e offerti ad una nicchia di clienti potenzialmente interessati alla meditazione. Considerata dai produttori di tecnologie digitali come performance di autocontrollo alla quale fornire strumenti di feedback, la meditazione viene attrezzata con Muse, un elettroencefalogramma portatile innovativo.
La ditta produttrice dell’EEG Muse[16] offre “oltre 500 meditazioni guidate da istruttori di fama mondiale, esperienze di consapevolezza su misura per la riduzione dello stress, la felicità, le prestazioni, il sonno e molto altro. Programmi passo dopo passo per insegnarti le basi della meditazione, approfondire la tua pratica, ottenere il miglior riposo e apprendere le neuroscienze della consapevolezza”. Di questa visione tutta basata sul controllo della performance, e sull’immateriale, non si può che sottolineare la natura profondamente utilitarista, possessiva, finalizzata al controllo comportamentale e alla gestione dello stress. Resta il fatto che la “mia vita”, come direbbe Anders[17], è mia ma anche io appartengo alla Vita. La nostra coscienza personale legata all’universale, così come la “compresenza” delle idee umane nella storia, come direbbe Aldo Capitini (per citare un altro filosofo occidentale) e la “Noosfera” in evoluzione di De Chardin, esistono senza il bisogno di una presa elettrica, anche se possono molto giovarsi, con strumenti il più possibile semplici, delle nuove forme di comunicazione e consultazione online. Il dibattito e la ricerca su questo sono in continua evoluzione.