PNRR: tutto il potere al capitalismo digitale

su Micromega +,  di Francesca Palazzi Arduini, 10 maggio 2024

Digitale, l’ultima frontiera

Durante la pandemia da Covid 19 abbiamo assistito alla drastica diminuzione delle attività industriali e dei trasporti, al contempo a una vertiginosa impennata delle attività online[1]. La versione “digitale” del Pianeta, con l’umanità reclusa, è sembrata una sua versione green, con meno emissioni, meno traffico, meno inquinamento da CO2. Un esempio di “riconversione immediata”, i cui costi sono stati pagati, come sempre, dalle classi sociali già impoverite. L’ economia digitale, già in ascesa, è salita a razzo per capitalizzazione. Una consacrazione definitiva sul trono, per le imprese del settore digitale: Microsoft era solo al sesto posto nel 2008, quando ancora dominavano colossi come Exxon Mobil, PetroChina, Valmart; ma già dal 2018 le venditrici di virtualità erano divenute le principali macinasoldi al mondo. I fatti hanno ribadito che lo sbocco aureo del capitalismo del Ventunesimo secolo è il Pianeta Digitale: un Pianeta replica di quello reale, nel quale renderizzare, ordinare, indirizzare ogni aspetto (ludico, civile, industriale) della società. Si badi bene, nella green economy chiodo non scaccia chiodo: la “transizione” è lenta, programmabile dai vari interessi in gioco: da quello del dar fondo ai combustibili fossili, riconvertire il settore industriale (già delocalizzato e globalizzato) a spese di lavoratori e consumatori, fino a utilizzare terre rare e sofisticati brevetti, definendo i nuovi equilibri[2].
L’attrattiva della digitalizzazione universale è gustosa sia per chi investe nei Paesi emergenti, sia per chi non sa più cosa inventarsi per continuare a vendere in quelli a capitalismo avanzato (non si possono vendere altri frigoriferi a breve termine a chi già ne possiede tre). Per entrambe le tipologie di mercato, infatti, è una carta in più da giocare, poiché consente tra l’altro di gestire i flussi di produzione in maniera molto più organizzata. Avere un cliente (e un cittadino) digitale permette infatti di gestire come flusso iper-reattivo la produzione e le vendite, proiettandone le curve. Prevedere, programmare, prevenire: ecco tre imperativi validi sia per l’economia sia per la politica di oggi, coi suoi nuovi strumenti. Si è parlato molto dell’analisi comportamentale a partire dal libro, fondamentale, di Shoshana Zuboff del 2021, Il capitalismo della sorveglianza, in cui la sociologa descriveva il metodo di estrazione dei dati (“sorveglianza”) per un capitalismo predittivo. Alcuni filosofi, quali éric Sadin, hanno preferito illustrare il fenomeno della digitalizzazione massiva come sinergia tra nuovi dispositivi ed egocentrismo umano, descrivendo un Ego ormai totalmente centrato sul proprio ruolo monarchico in un universo digitale costruito a propria somiglianza. Ma è difficile pensare che questo fenomeno della connessione globale e dell’Internet of Things, con le sue culture polarizzate, non sia sotteso da una forte spinta macroeconomica, una radice che diviene tendenza antropologica e politica. Zuboff ha di certo colto nel segno, descrivendo l’ascesa della digitalizzazione come fondata su precisi interessi economici ai quali corrisponde, purtroppo, anche una nuova mentalità politica basata sul controllo della cittadinanza come “oggetto osservabile, programmabile, plasmabile”.

PNRR: digitalizzare il mondo

Se occorre fare esempi pratici per spiegare come la spinta verso un Pianeta Digitale tragga energia sia dagli interessi del nuovo capitalismo sia dalle esigenze di servizio degli Stati (che dei privati sono competitor) con le loro amministrazioni: basta analizzare la struttura del nostro PNRR. In questo gioco di alleanza per il PIL, e in questa competizione per la gestione dei dati, si evidenzia come il capitalismo digitale abbia una strutturale tendenza al monopolio, in quanto basato sulla raccolta e analisi di quanti più dati possibile.[3] La competizione tra Stati e privati possiede dunque forme di regolamentazione inficiate dalla fondamentale necessità dei sistemi pubblici di usufruire di tecnologie detenute da privati, e di dover per questo giungere a patti con tali lobby; questo genera problemi la cui punta dell’iceberg è ad esempio la recente maxitruffa italiana (2023) degli SPID farlocchi per il bonus “18App” a danno di oltre 600 studenti, giocata grazie al fatto che l’assegnazione di identità digitale, dell’alter ego virtuale del cittadino, è gestita da ben sei aziende private. Questa ambiguità attraversa non solo scandali di portata globale, in grado di influenzare i sistemi elettorali (Cambridge Analytica, 2018) ma giunge a presentare come accettabili anche le ipotesi di un sistema di voto “alternativo” a quello elettorale e globale gestito dai colossi dei social (Zuckerberg, 2017), oppure a eliminare dal Digital Act Eu (2024) quei paletti all’uso della Intelligenza Artificiale che potrebbero impedirne la più sfacciata commercializzazione.

La questione della “polluzione digitale” pervasiva, indiscriminata, forzosa, va a toccare profondamente la nuova politica europea denominata NextGenEU. Con un pacchetto di 806 miliardi di euro, NextGenEU si definisce motore per una Europa “più verde, più digitale, più sana, più forte, più egualitaria”, promettendo di far diventare l’Europa entro il 2050 il primo continente a impatto climatico zero, ponendo in essere una politica di investimento per il quale sono disposte precise direttive nei confronti dei governi nazionali. Interessante notare come la parola digitale sia la seconda per ordine, dopo “verde”, come possedesse in sé qualche virtù.

È interessante poi notare il meccanismo di raccolta fondi attuato, che fa a tutti gli effetti dell’Europa una start up in forma di continente. Scrivono i relatori del rapporto statistico sul fundraising dell’Unione europea: “Dal punto di vista geografico, i finanziamenti da parte di investitori europei esterni alla CEE sono stati la principale fonte di fondi nel 2022, rappresentando il 48% del totale dei capitali raccolti, rispetto al 37% del 2021. In termini assoluti, gli impegni degli investitori europei non nazionali sono aumentati del 17% rispetto all’anno precedente e sono stati pari a 782 milioni di euro. Le fonti di finanziamento all’interno della regione CEE hanno rappresentato il 29% della raccolta totale nel 2022, segnando un calo significativo rispetto al 48% registrato nel 2022.”.[4] Possiamo quindi capire meglio perché le scelte, anche del nostro PNRR, non vadano ad incidere sui bisogni più urgenti del Paese ma vogliano incrementare l’investimento sul digitale che tanto interessa gli investitori esterni (il 48 per cento tra Usa, Emirati, Cina e altri), tanto da giungere al ridicolo del forzarsi a spender soldi che altrimenti andrebbero perduti. Passiamo in rassegna i capitali investiti nella digitalizzazione del Paese: su un totale inizialmente stabilito per sei Missioni. Il PNRR è finanziato per 191,5 miliardi dalle risorse europee[5]. Delle sei Missioni previste, la Missione 1, “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” si accaparra già 40,32 miliardi, occorre però considerare che anche le altre cinque voci sono totalmente incentrate sull’uso spesso capzioso di tecnologie digitali. L’acquisto e la messa in opera di sistemi digitali permea ogni voce, come vediamo dai “tag” calcolati nei prospetti: la Missione 2, Transizione ecologica e mobilità sostenibile, riporta un “Digital Tag” del 7 per cento degli investimenti, la Missione 3, Infrastrutture per una mobilità sostenibile, ha un Digital Tag del 13 per cento, la Missione 4, Istruzione e ricerca, del 20 per cento, la Missione 5, Inclusione e coesione, una delle Cenerentole del Piano, del 15 per cento, e l’ultima reietta, la Missione “Salute”, la Missione minore ahinoi del Piano, ha un Digital Tag del 47 per cento, e impiega quindi una gran fetta di quei 15,63 miliardi per: digitalizzare ogni remoto angolo delle nostre spesso fatiscenti strutture sanitarie pubbliche.[6] Come saremo felici di sapere che il socio upper class di qualche ospedale privato, ad un prezzo minore, potrà operare dalla sua villa a Capri anche il sabato, servendosi della connessione ultraveloce! Nel frattempo le Università non hanno soldi per formare i medici di base. La Missione Salute è anche il luogo dove il Governo ha nascosto, con approvazione del bilancio PNRR il 18 aprile 2024 alla Camera, l’art.44 quinquies, “Norme in materia di attività consultoriali”, cercando così di un ritaglio di fondi per le attività di associazioni private anti-abortiste.[7] Avviene così questa tragicomica corsa all’oro di chapliniana memoria: ogni realtà scolastica, culturale, sociale, produttiva del Paese si spreme le meningi per inserire iperconnessione, schermi al plasma e “intelligenza artificiale” nelle sue attività, onde intercettare gli euro promessi. Certo, vi sono settori, come quello della pianificazione urbana (Smart City) e della “sicurezza”, nei quali la corsa scomposta alla digitalizzazione fa ancor meno ridere, gli scopi statali d’uso di nuovi strumenti digitali assumono infatti inquietanti sfumature orwelliane. Pensiamo al recente IA Act europeo, che dovrebbe regolamentare l’uso dell’Intelligenza Artificiale ma che apre la strada al tracciamento biometrico dei cittadini. Tracciamento che si interfaccia con l’identità digitale dello Spid. E lo Spid, si badi bene, non è un innocente e pratico strumento utile per usare da casa la burocrazia statale, ma è destinato a divenire un raccoglitore di dati di ogni attività umana individuale di ciascun cittadino europeo.[8]

Guerra all’anonimato e alla libertà dei cittadini

Se al Capo 2 dell’IA Act si stabilisce il divieto di “predittività del reato”, i margini del controllo sociale totale vengono comunque oltrepassati, prevedendo l’uso di “sistemi ad alto rischio” per la privacy ed i diritti civili e politici delle persone,[9] sistemi per i quali dovrebbe sempre essere prevista una Valutazione d’Impatto (DPIA), non applicata o non rilevabile dai comuni cittadini e antagonista con gli interessi di polizia. La sorveglianza sui territori non è più solo appannaggio dei militari e dei proprietari di sistemi satellitari ma diviene anche il pane di ogni municipalità, in una rete (altamente hackerabile e sfruttabile a fini di scandalo mediatico) di riprese che paiono voler cancellare dalla faccia della Terra ogni angolo cieco. La raccolta esuberante di dati da ogni angolo topografico (una vera video-polluzione), l’analisi comportamentale continua da piazza a casello a tornello, viene presentata come utile alla sicurezza dei cittadini ma evidenzia un nuovo potere di controllo che già, in Paesi meno garantisti, costruisce prove a carico di dissidenti, traccia in anticipo movimenti da reprimere, taglia e cuce fotogrammi di colpevolezza. Bisognerebbe porsi una domanda: è necessario applicare il principio di precauzione evitando che questi strumenti, che tanto sembrano pronti all’uso per un sistema totalitario, schiaccino ogni possibile diritto all’anonimato, quasi l’anonimato in sé fosse già un crimine? Purtroppo siamo in ritardo, su uno tsunami che ha già travolto ogni ambito possibile.

[1] Sulla crescita esponenziale di acquisto di computer, playstation e connessioni, oltre che di cellulari e smart tv si veda Francesca Dada Knorr, Neurobiscotti. Pandemia e pubblicità, Novalogos 2021. [2] Per quanto riguarda il peso energivoro e industriale delle nuove tecnologie digitali si veda Christina Gratorp, Il peso del software, in Internazionale, 1386/2020. [3] Si veda Coveri, Cozza, Guarascio, Il Capitale monopolistico all’epoca delle grandi piattaforme digitali, Economia & Lavoro, 2022. [4] Cfr. Francesca Palazzi Arduini, Rivolte in scatola, resistenza civile e smart repression, Novalogos, 2023. [5] Vi sono poi 30,6 miliardi dalle risorse del Fondo nazionale complementare. L’importo complessivo si attesta sui 222,1 miliardi. [6] Si vedano i dati sul sito https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR_RiformeInvestimentiMissioni_0.pdf [7] DL 1110/2024, Art.44 quinquies, “(Norme in materia di servizi consultoriali)- 1. Le regioni organizzano i servizi consultoriali nell’ambito della Missione 6, Componente 1, del PNRR e possono avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità.” [8] Ricordiamo che anche la necessità di rilevamento delle impronte digitali per la nuova CIE fu un passo dovuto all’inasprimento delle misure di controllo alle frontiere sugli immigrati, e venne aspramente criticata, come non indispensabile, e quindi in un’ottica di garantismo non prescrivibile, dall’indimenticato Garante per la Privacy, Stefano Rodotà, nel 2003. [9] Si veda la campagna “Reclaim your Face”, “Come coalizione intereuropea della società civile e della popolazione, chiediamo ai nostri paesi di rivelare e rifiutare l’uso della sorveglianza biometrica che potrebbe avere un impatto sui nostri diritti e sulle nostre libertà nei nostri spazi pubblici”, https://www.hermescenter.org/campaigns-reclaimyourface/#cosa-chiediamo


Digitale, l’ultima frontiera. Durante la pandemia da Covid 19 abbiamo assistito alla drastica diminuzione delle attività industriali e dei trasporti, al contempo a una vertiginosa impennata delle attività online. La versione “digitale” del Pianeta, con l’umanità reclusa, è sembrata una sua versione green, con meno emissioni, meno traffico, meno inquinamento da CO2.

Lungi dal servire per consentire al nostro Paese di facilitare maggiori servizi ai cittadini e rimettere in buone condizioni le strutture ospedaliere e/o scolastiche, il denaro stanziato per il Piano di Ripresa e Resilienza serve in realtà un principale, forse unico, scopo: far esplodere il capitalismo digitale, fornendo ai privati accesso illimitato anche a molte infrastrutture statali che hanno a che fare con alcuni dei diritti più delicati dei cittadini, sempre più sorvegliati e sempre meno liberi. La politica si rimodella, andando verso una tendenza sempre più sfacciatamente autoritaria.