Il castello di carte. Pensiero libertario e democrazie nell’era del voto digitale

Il castello di carte è pubblicato sul fascicolo annuale di Critica Liberale, dicembre 2021

Un grande successo: entusiasti i promotori della raccolta di firme per il referendum abrogativo riguardante l’eutanasia legale. Di seguito, molte firme online anche per l’indizione di altri due referendum che hanno potuto usufruire della firma digitale per la loro promozione, grazie all’art 38 quater[1] della Legge sul Piano di ripresa convertita a luglio. In questa viene modificato il comma 344 che prevedeva, nel testo della Legge di bilancio del 2020, la creazione di una piattaforma digitale per consentire alle persone disabili la partecipazione all’indizione dei referendum. Eh sì, una legge di 115 pagine che è già significativo leggere: nella miriade di rimandi è impossibile capire i riferimenti ai testi modificati, a meno di non possedere un testo commentato, o come diciamo oggi, linkato. La società “complessa” ci divide in due classi di abilità, una che sa decifrare i testi, ed un’altra, quella popolare, che ottiene informazioni di seconda mano. Firmare online per i referendum è stato invece semplice, applicando il diritto all’esercizio della democrazia diretta previsto dalla legge 1970/352[2], in questo caso tre referendum abrogativi – per l’ eutanasia legale (modifica Art. 579 c.p.), per l’abolizione della caccia (L.157/1992) e per l’eliminazione delle sanzioni circa l’uso e la coltivazione di cannabis. [3]

Ma cosa cambierà il voto digitale nei prossimi anni, e quale è il dibattito in un ambito culturale, quello libertario, da sempre critico nei confronti dei sistemi elettorali e del sistema partitico? Per capirlo occorre fare una premessa sull’uso dei social media come strumento elettorale. In Italia, dal 1948 al 1976 si recava alle urne il 92% degli italiani e solo dal 1976, dopo la vittoria epocale del Pci (34,4 per cento di voti), l’astensionismo iniziò a salire giungendo a toccare punte del 25%.

Un nuovo movimento politico, gestito mediaticamente da un comico, si è presentato nel 2009 riuscendo a diventare, alle elezioni europee del 2019, il terzo partito in Parlamento (con 8.689.168 voti alla Camera, più del Pd), dopo aver già ottenuto un risultato incredibile alle elezioni politiche del 2018. Il “movimento” subisce progressivamente una flessione, e diviene poi partito (con ampio uso del vocabolo “capo politico”, “leader”, insomma con la mutazione nel più tradizionale dei format) rivelando comunque una strategia di presenza massiccia sui social media che verrà inseguita, senza uguale successo, da altri partiti: ma nessuno imita, per ora, la costruzione di una rete digitale di consultazione e d’organizzazione, quella rete che ha rivelato le sue pesanti quinte teatrali con la diatriba sul possesso della piattaforma Rousseau, ora sostituita da SkyNet. Per analizzare la “mutazione digitale” delle democrazie occorrerà tenere in considerazione anche lo scenario internazionale: nel febbraio 2017 Mark Zuckerberg dichiara che ambizione di Facebook è non solo unire le persone ma, nel futuro, servire da piattaforma globale di voto: “Ci impegniamo a fare sempre meglio, anche se per farlo dobbiamo costruire un sistema globale di voto con il quale potrete far sentire sempre meglio la vostra voce”. Le accuse circa il condizionamento via web della comunicazione politica durante le elezioni USA del 2016 non bastano evidentemente per cambiare rotta in merito alla proprietà privata dei grandi sistemi di comunicazione digitale. Poco è cambiato anche dopo lo scandalo detto di “Cambridge Analytica” nel 2018, forse solo i nuovi standard europei sul controllo dei dati digitali[4], per evitare che di nuovo vengano venduti al miglior offerente i profili di 87 milioni di account.

Qualcosa è sicuramente cambiato dopo l’assalto a Capitol Hill dei trumpiani nel gennaio 2021, a riprova dell’effetto di polarizzazione[5] politica dell’arena digitale, che attrae a scopo di lucro (i click sugli “advertising”) offrendo contenuti basati sull’interesse di ricerca dell’utente, creando così un “chi cerca trova” che non fa altro che coccolare nelle sue convinzioni chi sta cercando conferme. Quell’assalto, tragicamente, ha segnalato la convinzione di molti cittadini statunitensi che il sistema di voto fosse truccato, che non fosse possibile per loro, così “forti” nella loro cerchia digitale, perdere. Eppure quel delirio segnala un problema sentito da molti, la sfiducia nei sistemi elettorali. Una sfiducia che può partire sia da una profonda convinzione libertaria sia dalla semplice opinione di un/una cittadino/a di fronte alla sconfitta elettorale di chi prende più voti, come accade col sistema dei “Grandi Elettori” al Congresso Usa: ricordiamo la sconfitta di Al Gore nel 2000 o di Hillary Clinton nel 2016. Pensiamo anche alle truffe del “gerrymandering”[6], la delineazione dei distretti elettorali secondo convenienza. Lo scenario futuro del voto digitale, col voto elettronico per la composizione dei parlamenti, non cambia per ora il peso né dell’influenza dell’élite politica che fa le regole delle consultazioni elettorali, né tantomeno l’influenza delle lobby multinazionali che ormai hanno a libro paga l’establishment dei governi, potrebbe però nel tempo influenzare strutturalmente i sistemi elettorali. In questo momento storico, non è un codice QR per l’ingresso nei luoghi pubblici la vera minaccia alle libertà civili; si tratta della punta di un iceberg che nasconde ben altri problemi.

Pensiamo, cioè, alla futura esecuzione del voto digitale tramite Identità digitale (SPID) o Carta di identità elettronica, che lega l’identità personale all’accesso alla piattaforma di voto e quindi, senza crittografia, potrebbe raccogliere il dato personale in materia politica. L’oscurità della cabina elettorale sarà garantita nel voto digitale? E’ stato già indicativo il silenzio in cui è partita la raccolta di due impronte digitali per la CIE, dato biometrico che lo stesso Garante per la Privacy aveva dichiarato ridondante per la persecuzione del fine dell’accertamento dell’identità[7]. In ogni caso, ora sono i “tecnici”, designati senza consultazione elettorale, gli unici in grado di “governare” la complessità, e la parola d’ordine “semplificazione”, in una società in realtà regolata da decreti legge impossibili da comprendere se non ai suoi mandarini, pare beffarda.[8] Cos’ha da dire il pensiero libertario, e anarchico, contemporaneo di fronte alle opportunità, ed alle minacce, di questo scenario? Proprio in occasione del decennale delle manifestazioni di “Occupy Wall Street” (NY 2011), momento focale per i movimenti politici della “generazione Z” , nativa digitale, possiamo riprendere il discorso dell’antropologo anarchico David Graeber ma citare anche altri teorici libertari contemporanei, come Manuel Castells e Tomàs Ibàñez. Graeber rilasciò nel 2011 una intervista a Rolling Stone nella quale gli si attribuiva la famosa frase “Siamo il 99 per cento”, riferita alla contestazione del dominio delle élite nel mondo. Castells ed Ibàñez, nel loro Dialogo su anarchia e libertà nell’era digitale (2014)[9] si riferivano ad Occupy ed ai nuovi movimenti sottolineando le potenzialità delle “strutture reticolari”: “…gli usi non individualizzati ma collettivi e in rete delle nuove tecnologie – vale a dire i telefoni cellulari, il web, la posta elettronica ecc.- vadano plasmando le nuove pratiche di lotta e modificando le mobilitazioni popolari”. Sempre nello stesso testo, sottolineavano la pratica assembleare sperimentata, che aveva dimostrato ancora una volta: “…la possibilità di stabilire un dibattito aperto su internet, costantemente alimentato e dotato di memoria permanente. … così si realizza quell’idea di assemblea permanente che è sempre stata parte integrante della pratica utopica anarchica, che ora può concretizzarsi su internet con un sistema di feedback e interazioni continui”.

Non prendevano in considerazione però l’esperienza di strutture partecipative “elettroniche” a lungo termine, che hanno già sottolineato l’inevitabile tendenza alla verticalizzazione, oltre che la scomoda realtà per cui chi è più attivo/a ottiene maggiore potere, spesso utilizzando scorrettamente l’anonimato. Gli autori evidenziavano però che l’uso dei sistemi reticolari è neutro: “…all’interno del sistema tecnologico attuale convivono relazioni sociali capitaliste e gerarchiche accanto a relazioni sociali cooperative, non gerarchiche e centrate sul valore d’uso più che sul valore di scambio…se eliminiamo la gerarchia, il potere non solo può continuare a funzionare, ma può anche funzionare con maggiore efficacia che in strutture rigide e verticali. Il che mette in discussione una delle fondamentali affermazioni anarchiche, vale a dire che il “male” sono le gerarchie e le strutture analoghe”. Il pensiero libertario contemporaneo si scontra comunque con la “forma Stato”, estesa e permanente, come i due sociologi ricordano, opponendogli la pratica assembleare di costruzione del consenso, pure se difficile da praticare a lungo termine. La tesi principale resta la volontà di non “… accettare la delega, ovvero …accettare che la libertà e la democrazia consistano nello scegliere ogni quattro anni, tramite il voto, quale tra le due persone sia quella che propone la formula migliore, tra formule che generalmente non soddisfano nessuno, occorre che le persone abbiano interiorizzato quella riduzione del valore della democrazia alla semplice democrazia parlamentare”. Ma oltre alla riproposizione di piccole comunità federate, utopiche, al posto degli Stati, il pensiero libertario contemporaneo focalizza l’altra sua capacità: la critica al concetto di egemonia, ed alla propaganda nelle sue varie forme, più che mai attuale oggi, nell’epoca dei sistemi onnipresenti di persuasione digitale. Così, Castells ed Ibàñez affermano: “…il tema fondamentale dell’egemonia, va ben oltre le posizioni classiche del comunismo. In ultima istanza, egemonia significa che si è vinta la battaglia delle menti, cioè la battaglia cruciale”.

L’antiautoritarismo ha una linea critica che va dai “Diggers” del XVII secolo[10], alla critica del marxismo-leninismo, a quella della forma partito, anche in una anarco-cristiana quale Simone Weil[11], alla dialettica dell’Illuminismo di Adorno ed Horkheimer, allo svelamento dei “dispositivi” sociali e delle “istituzioni totali” di Foucault. Ritroviamo questa linea in David Graeber, che nel suo ‘Critica della democrazia occidentale. Nuovi movimenti, crisi dello Stato, democrazia diretta’ (2012) fa una storia a ritroso della democrazia contestando l’eurocentrismo che ne pone la nascita nell’agorà ateniese, e pone il concetto di “diritto umano” e di “cittadinanza” a confronto col loro vettore principale, quello economico, che confligge nella realtà coi diritti postulati nei contratti sociali. Torna poi a criticare i metodi “maggioritari”: “Se non c’è modo di obbligare chi dissente ad adeguarsi alla decisione di una maggioranza, allora l’ultima cosa da fare è ricorrere a un voto, ovvero a una sfida pubblica in cui qualcuno perderà pubblicamente.  Probabilmente votare garantirà quell’insieme di umiliazione, risentimento e odio che alla fine conduce alla distruzione di una comunità”. Graeber ricorda come si possa rilevare nelle attuali democrazie liberali una sorta di “agorafobia politica”, una tendenza alla sclerotizzazione per cui “le democrazie liberali non hanno niente di simile all’agorà ateniese ma non scarseggiano di circhi romani”. E aggiunge: “la globalizzazione – con la sua spinta a creare nuove strutture decisionali su scala planetaria, ha reso semplicemente grottesco ogni riferimento alla sovranità popolare”. Facendo riferimento al movimento “no global”, o “altermondialista”, ricorda come siano state le spinte popolari “altre” a ricreare un movimento internazionale, citando l’esperienza del Chiapas (1994) e il Forum di Porto Alegre (2005) “Il primo encuentro zapatista del 1996, per esempio, ha portato alla formazione di una rete internazionale denominata People’s Global Action (PGA) e basata sui principi di autonomia, orizzontalità e democrazia diretta. …E’ stato proprio il PGA a chiamare a raccolta contro la riunione del WTO a Seattle nel novembre 1999.” L’antropologo anarchico affronta poi la questione della rappresentanza, ed il rifiuto dell’avanguardismo, citando ancora l’esempio zapatista: “Gli zapatisti hanno sviluppato un elaborato sistema di assemblee municipali che funzionano su base consensuale, integrate da comitati composti da donne e giovani per controbilanciare il tradizionale dominio dei maschi adulti e collegate a una rete di consigli locali cui partecipano delegati revocabili” ed altri esempi storicamente rintracciabili di società federate. Riguardo all’organizzazione sociale il pensiero libertario ha espresso negli anni Ottanta un testo cardine -servito da ispirazione a molti, alla pari col “Il mutuo appoggio” (1902) di P. Kropotkin per quanto riguarda il mutualismo-, si tratta de “L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia” di Murray Bookchin.[12]

A questi testi, soprattutto dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, si sono in parte ispirati progetti come quello del Rojava, l’area kurda nel Nord Est della Siria, che presenta  una forma organizzativa fortemente basata sulla rappresentanza territoriale non “elettorale”[13]. Ma la critica libertaria alla forma-Stato non può risolvere i dilemmi dell’epoca digitale riguardo al consenso. Il dissolvimento degli Stati metterebbe a rischio forse più di ora il concetto di cittadinanza e di diritti umani, oltre che quello di responsabilità sociale.

C’è il rischio che, invece di radicarsi sul territorio, i cittadini e le cittadine si assorbano in un mondo virtuale nel quale le loro opinioni sono sempre verità, perché luogo chiuso ad altri/e. Nella realtà, si sgretolerebbe ogni struttura pubblica dando luogo a spinte centripete e alla creazione di mondi “separati”, anche settari e pseudo religiosi, a base sovranista[14] Il privilegio della separatezza, da sempre destinato ai ricchi, si dispiega nel mondo virtuale anche per le altre classi sociali. Un eterno ritorno al dilemma della conoscenza, per cui solo le élite sono in grado di decifrare la complessità del reale, fare e disfare le norme, mentre gli stress, le sovversioni e le intuizioni delle minoranze non “acculturate” formano una subcultura digitale (vedi Q Anon). Riassumendo, l’analisi libertaria svela la contraddizione attuale della forma Stato: “…la soluzione neoliberale è stata di confermare il mercato come l’unica forma di decisione pubblica di cui abbiamo bisogno, riducendo lo Stato alle sue funzioni esclusivamente coercitive.” ma può offrire solo soluzioni parziali, per quella che i comunisti-anarchici amano definire una “rivoluzione progressiva”. Potrebbe essere il voto digitale, in cui un voto vale un voto, la soluzione per un seppur graduale cambiamento sociale, che dia voce al “99%”? Ovviamente no, se consideriamo il massiccio voto populista di questi anni.

Il voto digitale su larga scala non risolve il problema della conoscenza, né della delega a chi esegue la volontà popolare. Di certo la possibilità di votare frequentemente sia per i delegati che su alcune scelte frantumerebbe gli schieramenti politici, creando un insieme topografico cangiante dei posizionamenti politici. Chi propone per il sistema elettorale digitale una sorta di “lottocrazia” non tiene conto, come fa notare Akhil Reed Amar nel suo “Scegliere i rappresentanti con un voto a lotteria”[15], dello svincolo dalla responsabilità nei confronti degli elettori da parte di chi viene eletto a sorteggio. Si potrebbe obiettare che anche i sistemi democratici attuali sono carenti in questo senso. Altro problema è il sistema tecnico di voto digitale, che rende più complesso ed elitario il controllo delle procedure, tanto che alcuni ipotizzano il ricorso alle “blockchain” per garantirne l’inviolabilità. Il ricorso alla blockchain altro non sarebbe che l’utilizzo alternativo  di un metodo di pagamento, che “offre l’anonimato delle transazioni elettorali, mantenendo le transazioni private e l’elezione trasparente e sicura”. [16] Tematica delicata anche questa, sviluppata in un ambiente a forte componente libertaria ed anarchica, che mette però in luce, come dicevamo, la delicatezza delle strutture digitali, anche di quelle “peer-to-peer”, che più si allargano e più necessitano per la loro gestione di una forte componente tecnocratica.[17]